Visualizzazione post con etichetta monumenti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta monumenti. Mostra tutti i post

LUOGHI DA VISITARE

SANTA SEVERINA-CROTONE

Si ritiene sia stata fondata dall'antico popolo degli Enotri. Recentemente sulla collina della frazione Altilia è stato individuato un ampio insediamento archeologico di origine italica, tuttora al vaglio degli studiosi: qui la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria nel biennio 2006-2008 ha realizzato tre interventi di scavo. Anticamente nota come Siberene. Dopo essere stata un paese greco e romano fino al 1074 appartenne ai Bizantini. Fu successivamente governata dai Normanni e successivamente dagli Angioini e dai Borboni.
• Il Castello
Sottoposto dal 1991 al 1998 ad un accurato restauro, il castello è composto da un mastio quadrato con quattro torri cilindriche angolari e fiancheggiato da quattro bastioni sporgenti in corrispondenza delle torri, e domina la piazza del paese. La sua costruzione risale all'epoca della dominazione normanna (XI secolo) su una fortificazione preesistente di epoca romano - bizantina. Nel corso dei secoli e dei passaggi dalle varie famiglie regnanti, ha subito varie modifiche. si dice che l'area dove sorse il Castello rappresentasse l'acropoli dell'antica Siberene, come emerse da alcuni scavi condotti durante il restauro dove sono emersi materiali risalenti all'età greca, oltre che i resti di una chiesa bizantina e di una necropoli dello stesso periodo storico, e oggi visitabili nel museo ospitato nel castello
• Il Battistero
Costituisce l'unico battistero bizantino pervenuto ai nostri giorni ancora sostanzialmente integro. L'architettura di questo gioiello deriva dagli edifici a pianta centrale che trovano riferimento nel mausoleo di Santa Costanza a Roma. Il battistero bizantino ha, infatti, una forma circolare con quattro appendici, con affreschi risalenti al X-XII secolo
• La cattedrale
La cattedrale ha un impianto a croce latina a tre navate. Risalente al XIII secolo, anch'essa ha subito vari cambiamenti nel corso della sua storia, tant'è che dell'antica struttura è rimasto solo il portale, ma la più sostanziale è stata quella del XVII secolo.
• Il Monastero della Madonna della Calabria
Tra il 1100 ed il 1807 sorgeva nella frazione Altilia il santuario mariano di riferimento dell'intera regione Calabria. Sostenuto originariamente dai Normanni, era posto sotto la diretta tutela dell'imperatore Federico II di Svevia. Tra la metà del 1500 e gli esordi del 1600 abati commendatari del Monastero furono i Barracco. A Tiberio Barracco si deve la conservazione dei documenti d'archivio antichi di Calabromaria, fatti trascrivere nel 1581 presso pubblico notaio: una copia del manoscritto è custodita presso l'Archivio Storico di Napoli. Il complesso di Calabromaria fu trasformato in palazzo baronale all'inizio del XIX sec. Oggi è in fase di riscoperta.



















INDICE

LUOGHI DA VISITARE

LE CASTELLA
Le Castella è una frazione di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.

È situata sulla costa ionica della Calabria, a 10 km da Isola Capo Rizzuto, inserita nel verde di una magnifica terrazza naturale, a 30 metri sul livello del mare, e domina la baia con l'antico Castello Aragonese.
È nota agli amanti della settima arte per essere stata più volte scelta come set cinematografico (de L'Armata Brancaleone e Il Vangelo secondo Matteo su tutti). Nel 1999 ospitò tutte le puntate della 30a e (per ora) ultima edizione di Giochi senza frontiere.
Nel sito ufficiale della frazione si possono trovare approfondimenti storici, foto, notizie utili per chi intende trascorre le vacanze nella località.


Fino a ieri Le Castella ha conservato l'aspetto assunto nei lunghi secoli della sua vita.
Ancora ieri, come nei secoli trascorsi, vi si giungeva dal retroterra per una sola via carraia che vanamente si sarebbe cercata anche sul più meticoloso atlante stradale e che lungo alcuni chilometri, dopo essersi dipartita dall' Isola di Capo Rizzuto, si snodava lungo il fianco della più pingue e vasta riserva di caccia della Calabria, abbondante di cinghiali e di daini, e di campi seminati a grani ed a biade.
Ieri come oggi, un silenzio vasto e solenne come questa pianura, che serve d'introduzione al parco abitato, subito avvolge lo spirito che, nella visione di lontane pecore al pascolo e di sempre più radi bovi aggiogati, percepisce la preparazione a meglio sentire la suggestione del luogo. Che par sia raggiunto e che invece resta ancora lontano.
E' soltanto quando si bordeggia l'oliveto che i tetti delle basse case mostrano il loro colore verdiccio e fiorito, e la torre si staglia chiaramente da un imponente masso in muratura ma ancora non si stacca netta dalla terra su cui sembra edificata; una nicchia ben tenuta segna l'inizio della strada che immette nell abitato. E come il paesaggio percorso evocava immagini di secoli lontani, questa modesta e linda nicchia immette di colpo nel migliore ottocento provinciale.
Le origini e il periodo Romano
L'origine di Castella si perde nel tempo cosi come è circondata dal mistero la presenza, attestata fino al '500, di due o tre isolette non lontane dalla terra ferma, in una delle quali, quella denominata Ogigia, si è detto vi avesse dimorato Calipso che avrebbe trattenuto per lungo tempo l' eroe dei mari Ulisse secondo il racconto di Omero.
Questa collocazione ha aperto una contesa non ancora del tutto placata, pur se storici, letterati e geografi concordano nel collocare l'isola incantata in quell'arcipelago, invero povero di componenti, prospiciente il tridente dei promontori Japigi formato da Capo Cimiti, Capo Rizzuto e Punta Castella. Per comprendere invece il significato del nome di “Le Castella”, usato al plurale anziché al singolare, bisogna considerare che la tradizione popolare riferisce l' esistenza di molti altri castelli ubicati sulle isole prospicienti il litorale e sprofondate negli abissi marini.
Nei diplomi del periodo Normanno-Svevo, il centro compare col nome di Castella Maris (Iudex Castellorum Maris) e gli abitanti sono chiamati Castelisi.
Ma la vera storia del luogo è quella legata al Castello, un edificio che è stato ed è ancora oggi il baricentro di tutte le vicende di questo meraviglioso pezzo di Calabria. La posizione geografica di Punta Castella s'impose in occasione del trattato di amicizia tra Roma e Taranto nel 304 a.C.; sta di fatto che in base al trattato, alle navi da guerra romane era proibito navigare ad oriente di Capo Lacinio onde parve opportuno ai Tarantini - per sorprendere le navi romane che provenivano dal Tirreno e si dirigevano verso Taranto - di istituire una vedetta proprio a Le Castella . Appena un secolo dopo, negli ultimi anni della seconda guerra punica, tra il 208 ed il 202 a.C., si dice che Annibale, incalzato dagli eserciti romani e costretto a un repentino ritorno in patria, abbia fatto costruire là dove ora sorge il possente monumento aragonese una sorta di accampamento (o una torre di vedetta).
Dopo la dipartita di Annibale i Romani fecero sbarcare per motivi strategici sul posto circa tremila coloni e chiamarono il luogo Castra. Fu così che la permanenza di quegli uomini diede origine al borgo che prese il nome di Castella, e presso alcuni al plurale maschile o femminile.
L'influenza Araba e Angioina
Nei secoli IX - XI Castella fu occupata dagli Arabi che avevano creato un emirato nella vicina Squillace ed avevano quindi tutto l'interesse di controllare l'intero golfo. Cessata in parte la minaccia araba, Castella divenne pian piano un popoloso borgo sul quale vennero erette anche due chiese: quella di Santa Maria e l'altra di San Nicola dipendenti dall'Abbazia di Santa Maria della Matina in San Marco. Si ha notizia poi che intorno al 1251 a Castella erano presenti pubblici ufficiali quali giudici e notai, segno evidente questo di un'attiva vita commerciale e sociale. Ma la serenità e la laboriosità dei suoi abitanti vennero turbate in modo grave durante la feroce guerra tra Angioini ed Aragonesi che ebbe come corollario anche l'assedio e il conseguente saccheggio di Castella da parte dell'ammiraglio Ruggiero di Loria che militava per il re Giacomo d'Aragona (1290); inutile fu la resistenza degli abitanti del borgo che resistettero per 8 giorni prima di cedere al violento assalto.
Qualche anno dopo Castella fu teatro di un altro clamoroso scontro fra le truppe di Guglielmo Estendard, capitano angioino che decise di riconquistare tutte le terre perdutevi dal suo sovrano e lo stesso Ruggiero di Loria accorso precipitosamente da Messina per difendere i territori minacciati. Guglielmo, viste le navi nemiche che facevano scalo nel golfo decise fulmineamente di prenderle in trappola. Perciò si appostò in agguato presso il lido, ma lo fece con così poca avvedutezza che, anziché cogliere il nemico di sorpresa, ne fu sopraffatto; Ruggiero infatti, scoperta in anticipo la manovra, dispose lo svantaggio a suo favore, e l'Estendard, nonostante la gagliarda difesa della cavalleria dovette cedere ed egli stesso, ferito, cadde prigioniero.
Il XV secolo - L'età dei saccheggi
Passano gli anni ed ecco che Castella si trova nuovamente al centro di aspre contese. Stavolta è il re Ferdinando d'Aragona, nel 1459, a scendere sul campo di battaglia per contrastare la sete di potere di un nobile feudatario, Antonio Centelles; Castella viene assediata e costretta alla resa, fino ad essere assoggettata dopo una serie di cambi di dominio al nobile napoletano Andrea Carafa, che la acquista nel 1496 insieme alle terre di Cutro e Roccabernarda per una somma pari a novemila ducati.
Con l'infeudamento nel 1496 della contea di Santa Severina, di cui Le Castella faceva ormai parte, seguì un lento periodo di declino; tra la metà del '500 e il secolo successivo si vide diminuire la sua popolazione, sparire quasi del tutto i commerci, inaridire le sue belle campagne. Una causa importante la ricoprì sicuramente la potenza ottomana che dilagò come un mare di fuoco nel Mediterraneo senza incontrare significativi ostacoli.
Gli attacchi a Castella cominciarono intorno 1553, anno in cui vennero bruciate le campagne e catturati molti borghigiani. Tre anni dopo, navi turche si avvicinarono alla costa e quando si trovarono ad adeguata distanza da essa cominciarono un violento bombardamento che precedette un crudele saccheggio da parte di Ariadeno Barbarossa, il terrore dei mari. Molti trovarono la morte, altri, tra i quali un macilento ragazzo, Giovan Dionigi Galeni, destinato a diventare il famoso Kiligi Alì meglio conosciuto come Uccjalì, vennero fatti schiavi e divisi tra Sultano pirati e ciurma.
Castella non ha neanche il tempo di rimangiare le sue ferite che nel 1544 e nel 1548 il pirata Dragut la saccheggia di nuovo. Gli abitanti non si perdono d'animo, sanno che il nemico ritornerà ancora per cui rinforzano il Castello, scavano caverne nelle quali possono accedere attraverso botole ben mimetizzate, costruiscono una torre di guardia apprestano efficace difese anche in vista di un attacco da terra.
E' chiaro che tutto questo impoverisce il borgo che spesso chiede un alleggerimento momentaneo dai gravami fiscali che è obbligato a versare ai vari signori e al vescovo. Drammatiche sono nel frattempo anche le vicende dei suoi feudatari. Alla morte di Andrea Carafa (1526) la Contea di Santa Severina, che comprende anche la Terra di Castella ed altri feudi, passa a Galeotto Carafa, nipote di Andrea che deve affrontare tra l'altro le incursioni di Barbarossa e di Dragut ma anche una congiuntura economica molto sfavorevole che comporterà lo smembramento della contea di Santa Severina e la vendita di Castella a Ferrante Carafa, conte di Soriano e duca di Nocera dei Pagani.
A Ferrano succede nel 1558 il figlio Alfonso che proprio nello stesso anno deve assistere ad un'ennesima incursione turchesca. Questa volta è Mustafà Pascià che prende di mira Cutro e dopo aver arrecato notevoli danni anche a Castella, la mette a ferro e fuoco.
Durante questa scorreria viene catturata la giovinetta Caterina Ganguzza che si racconta abbia preferito darsi la morte piuttosto che diventare concubina del Sultano. Alfonso deve anche sostenere lunghe liti con il Vescovo della diocesi che vantava dei diritti su alcune terre di Castella. E' lui poi che avanza l' idea, respinta da tutti i vassalli, di abbattere addirittura Castella per impedire che vi si annidassero i Turchi.
Il tramonto del borgo
Sotto Alfonso e il suo successore Francesco Maria il feudo si sfalda con la vendita a Giovanna Ruffo, marchesa di Licodia e poi anche principessa di Scilla, di Castella, Cutro, Roccabernarda e feudi annessi. Alla morte di Giovanna (1650), Castella passa al figlio Francesco Maria sotto il cui dominio Castella vede la soppressione, da parte di Papa Innocenzo X, del convento dei frati Minori Riformati nell'ambito di un generale progetto che interessava tutti i Conventi che non avessero un certo numero di religiosi. La situazione precipita, i creditori dei Ruffo non potendo questi ultimi onorare i loro ingenti debiti chiedono la vendita all'asta dei loro beni. Le terre di Cutro, Castella, Roccabernarda ed altre ancora vengono acquistate allora per 150.000 ducati di Pietro Carafa per conto di Francesco Filomarino (1664).
I Filomarino sono gli ultimi intestatari del feudo suddetto. La legge eversiva della feudalità, voluta dai conquistatori francesi di Napoleone, avrebbe favorito il passaggio di quello che era stato un grande feudo alla famiglia dei Barracco e dei Berlingieri. Il fatidico anno 1799 vede ancora Castella epicentro dello scontro tra francesi e borbonici e punto di approdo delle truppe provenienti dalla Sicilia. Gli anni ruggenti di Castella sono però finiti. Da quel momento il borgo, prima aggregato a Crotone e poi divenuto frazione di Isola Capo Rizzuto, segue le vicende amministrative e politiche prima del risorto Regno di Napoli, poi dello Stato italiano.

INDICE

LUOGHI DA VISITARE

CLETO (CS)

Nel periodo della guerra di Troia, X secolo a.C., la regina delle amazzoni Pantasilea «rimase uccisa in battaglia da Achille, Cleta sua nutrice, che l'amava con tenerezza, nell'udire la triste notizia, posta su una nave e accompagnata da molta gente, partì col pensiero di poterle dare onorata sepoltura». Così, Cleta, ancella di Enea «come fu nei nostri mari scese a terra e o perché trovò impossibile compiere il pietoso ufficio o forse perché le piacesse l'amenità del sito decise di non passare più oltre, vi si fermò ed edificò la città che dal suo nome si chiamò Cleta». «La città crebbe di popolo e di forze», tanto che all'epoca dello splendore della Magna Grecia entrò in guerra con Crotone (anno 16 a.C.). I Crotoniati, con un esercito, uccisero la regina la quale prima di morire ebbe ad esprimere il desiderio che tutte le regine che avrebbero regnato dopo di lei, portassero il suo nome; così «tutte le regine della città furono dette Cleta».

L'antica Cleto, centro importante della costa nel Medioevo, durante la dominazione normanna mutò il suo nome in Pietramala (1220 Guido di Pietramala e suo figlio Ruggero, 1239 Iacobus De Petramala, 1269 Castri Pietramala, 1310 Pietramala) e il nome rimase tale dal XII secolo al 1862, quando per decreto del 4 gennaio 1863 diventava Cleto. Anche sul nome Pietramala le congetture sono molteplici, oltre che alla possibilità che il nome derivi dalla famiglia feudataria, si pensa che abbia qualche legame con la posizione: Pietramala nel senso di "pietra dura", cattiva, come scrive il Padula: «Pietra gande, pietra inaccessibile a guisa di Piramide, (…) le sole formiche possono salire in Pietramala». C’è ancora un’altra versione che i nativi sono soliti raccontare e che il Padula riporta nei suoi scritti: «Un vescovo essendovi rotta una gamba, volle che si chiamasse Pietramala».
L'origine di Cleto affonda le radici nella leggenda di Cleta e nel mito delle Amazzoni, le sacerdotesse guerriere della dea Atena. La leggenda narra di Pentesilea, regina della Amazzoni andata in aiuto dei Troiani ed uccisa da Achille, e della nutrice di Pentesilea, Cleta, la quale, saputo che la sua regina si trovava a Troia, si mette in mare per raggiungerla, ma durante la navigazione venti contrari la spingono sulle coste della Calabria, dove approda e fonda una città che prende il suo nome.
Come Terina e come Temesa, Cleta fu colonia di Crotone; e come Temesa si affrancò dalla città di Pitagora e divenne libera. Distrutta nel 534 a.C. dall'esercito di Crotone, Cleta conosce un periodo di decadenza che si trascina fino all'anno Mille, quando la Calabria è costituita da una moltitudine di villaggi montani, isolati e autosufficienti, che fanno da corona ad una campagna abbandonata ed alle coste in preda alla malaria.
Cleta risorge nella prima metà del XIII secolo durante il regno svevo di Federico II, l'imperatore che "stupì e cambiò il mondo", e l'abitato si sviluppa con le case costruite ai piedi di un castello edificato su una preesistente rocca di origini bizantine. Già nel 1269 troviamo la denominazione “Castri Pietramala” e nei Registri Angioini che misurano la popolazione calabrese del 1276, Pietramala è presente con 214 abitanti.
Con l'arrivo di Carlo d'Angiò, il feudo di Pietramala estende la sua influenza fino alla bassa valle del fiume Savuto, dove viene costruito un altro castello, posto a guardia delle vie di comunicazione che dal mar Tirreno salgono verso l'interno e attraverso Martirano conducono a Cosenza.
Le terre di Pietramala e di Savuto appartengono a diversi signori feudali; nel 1463, però, il territorio viene unificato e posto sotto il dominio della città di Aiello, elevata a contea e concessa al nobile spagnolo Francesco Siscar.
Poco più di cento anni dopo, la contea di Aiello si smembra: Pietramala passa prima a Paolo Cavalcante e poi a Scipione Cavallo, nobile della città di Amantea; Savuto, con le terre poste sia a destra che alla sinistra del fiume, è affidata ad Ascanio Arnone, Regio Tesoriere di Calabria Citra dal 1555 al 1559.
È in questo periodo che Eliadora Sambiase, moglie del Tesoriere, fa incidere in latino l'iscrizione: "Eliadora Sambiase, già giovane sposa unita al marito Arnone, offre templi a Dio, limpide acque e orti verdeggianti alle ninfe e il castello di Savuto come albergo a chiunque ne abbia bisogno". La lastra di marmo (conservata ancora oggi) è collocata su un muro del castello, e Pietramala e Savuto vivono una vita economica e sociale autonoma. I due centri, grazie alla presenza di poderose fortificazioni, sono in grado di offrire sufficienti garanzie di sicurezza e la popolazione passa da 1.290 abitanti nel 1521 a 2.110 abitanti nel 1545, fino ad arrivare nel 1561 a cinquecento nuclei familiari, corrispondenti ad una popolazione di circa 2.500 abitanti.
Nel 1555 Pietramala viene colpita dalla furia dei pirati turchi; la cittadina è assaltata e depredata, e negli scontri perde la vita il sacerdote Marco Massa, ucciso mentre tenta di porre in salvo la Sacra Pisside con le Ostie consacrate.
Le ultime intestazioni feudali assegnano Savuto al barone Pietrantonio Le Piane e Pietramala al barone Domenico Giannuzzi Savelli.
Aboliti i feudi, si provvede alla ripartizione dei beni. A Savuto sono assegnate 351 moggi di terreno per un valore di ducati 7.700 e a Pietramala 89 moggi per ducati 1.780. L'abitato di Savuto diventa frazione di Pietramala ed entra nel Governo di Rogliano; nel 1811 il comune di Pietramala viene aggregato al Circondario di Aiello, Distretto di Paola, provincia di Calabria Citeriore
Nei dieci anni di governo francese gran parte della popolazione calabrese si mostra ostile nei confronti delle truppe di occupazione e, dopo la vittoria dell'esercito inglese nella battaglia di Maida del 4 luglio 1806, l'insurrezione diventa sollevazione di massa e trovano spazio episodi di banditismo e di criminalità comune.
Il 13 gennaio 1807 Giovanni Cuglietta è ucciso dai soldati francesi nei pressi di Savuto; poche settimane dopo, il 14 aprile, sempre a Savuto muore assassinato il parroco Ferdinando Cicero, e l'uccisione desta profonda impressione in tutta la zona.
Nel 1807 la Commissione Militare di Cosenza condanna a morte Domenico Antonio Milito, arciprete di Pietramala, accusato di aver incitato alla rivolta spingendo i suoi concittadini a seguire suo fratello come capomassa. Lo stesso anno una condanna a cinque anni di ferri viene pronunciata a carico di Carmine Arlotti di 27 anni, sempre di Pietramala, calzolaio, accusato di aver partecipato alla rivolta, di essersi posto armato al seguito del capobrigante Paolo Gualtieri, di saccheggio e di essersi unito ai briganti di Amantea.
Ed anche quando i Borbone tornato a Napoli gli episodi di violenza continuano: nel 1824 è ucciso, nel territorio di Pietramala, Antonio Forano di 21 anni, oriundo di Savuto, mentre Giuseppe Putaro e Filippo Vena, di Savuto, sono prigionieri nel castello di Aiello, dove muoiono nel 1832 e nel 1835.
Pietramala partecipa al movimento risorgimentale contro il governo borbonico con Nicola Pagliaro, accusato nel 1847 di cospirare contro la sicurezza dello Stato, e con Federico Spanò e Luigi Scorza, accusati di complicità in un mancato regicidio.
Al momento dell'Unità d'Italia, Pietramala, che aggrega pure la frazione di Savuto, arriva a contare complessivamente 1.515 abitanti e nel 1863 il paese cambia la denominazione in Cleto. Nel 1928 la cittadina viene retrocessa a frazione ed aggregata ad Aiello, ma nel 1934 Cleto ottiene di nuovo l'autonomia amministrativa e torna ad essere un Comune.
Nel 1946 la Repubblica vince il referendum: 881 voti contro i 543 dati al sistema monarchico. Nel 1961 Cleto conta 2.492 abitanti, e c'è più gente nella frazione di Savuto (1.180) che nel capoluogo (1.109); il resto vive nella frazione di Torbido (203). Quarant’anni dopo, i dati Istat assegnano a Cleto 1.373 abitanti, con 847 abitazioni a fronte di 486 famiglie.
Intanto all’Estero l'attenzione degli emigrati verso la terra di origine è forte, e oltre Oceano vengono fondate associazioni allo scopo di preservare la cultura e le tradizioni dei paesi lontani. Mossi dalla nostalgia e dal ricordo delle tradizioni, gli emigrati ripetono le celebrazioni più importanti delle comunità di origine ed organizzano processioni con simulacri che sono copie autentiche di statue esistenti nei luoghi della loro infanzia: la Madonna del Soccorso di Savuto ne è un esempio.
È questo un modo seguito dagli emigrati per non perdere il legame con la terra di origine


















LUOGHI DA VISITARE

PIZZO

Pizzo è una ridente cittadina di circa 9000 abitanti, con un sole e un mare splendidi ed una posizione incantevole, abbarbicata su di una rupe sporgente sul Mar Tirreno.

Secondo la tradizione, sorse sulle rovine dell'antica Napitia, fondata da una colonia di Focesi, scampati all'eccidio di Troia ed ivi stabilitisi, attratti da questi ameni luoghi, su cui poi fiorì la Magna Grecia.

E da Napitium, comandante della spedizione, prese nome la nuova città, che - fondata circa 1500 anni prima della venuta di Cristo - doveva rendersi nota per fatti d'arme, per il valore della sua gente, per la bellezza dei luoghi, per la ricchezza della vegetazione, e la cui vita si svolgeva prospera e felice in tutti i campi : si vuole che abbia ricevuto la vera fede dalla predicazione stessa del Principe degli Apostoli, venuto dall'antica Vibona, durante il suo viaggio da Gerusalemme a Roma.

Sempre secondo la tradizione, qui si fermò Ulisse ed, in seguito, vi soggiornò anche Cicerone.

Ma le scorrerie dei Pirati, i ripetuti e brutali attacchi dei Saraceni finirono per vincere la resistenza della città, che, circa l'anno 300 d. C., fu assalita e ridotta ad un cumulo di macerie.Gli abitanti fuggirono e solo pochi superstiti rimasero, rifugiandosi verso il lato ad oriente della distrutta città, dove in seguito, verso il 903, formarono il nuovo abitato, che prese il nome di Pizzo, con ogni probabilità per l'aspetto caratteristico e pittoresco che la sua posizione gli conferiva.

Verso il 1070, Ruggero il Normanno costruì un magnifico palazzo che - nel 1221 - ospitò S.Antonio di Padova, di passaggio al ritorno da un viaggio in Africa.

Nel 1363 i monaci basiliani vi edificarono un grande monastero di rito greco, mentre i pescatori di corallo amalfitani costruirono la Chiesa delle Grazie, divenuta poi Chiesa del Carmelo.

Via via il nucleo abitato crebbe e - per difesa - fu munito di mura e torri ai lati e protetto e fortificato da un fossato e da un ponte lavatoio. Si costruirono nuove chiese e conventi, iniziarono floridi commerci di spezie, sete, pesce salato, olio, vino e si incrementò la pesca del tonno e l'arte del corallo. Pizzo subì - nei secoli -le dominazioni normanna, sveva, angioina e aragonese.

Nella 2^ metà del XV secolo, Ferdinando I° d'Aragona vi fece costruire il Castello, nel quale fu imprigionato e fucilato, il 13 ottobre 1815, Gioacchino Murat, re di Napoli, poi sepolto nella Chiesa Matrice di S.Giorgio Martire.

Oggi, Pizzo è una moderna cittadina, luogo di villeggiatura rinomato per le sue spiagge, suggestive insenature ricche di scogli, per il suo mare limpido, il suo cielo azzurro, il suo pittoresco Centro Storico, con le case baciate dal sole, le stradine e la piazza caratteristica con il suo affaccio come la prua di una nave, adagiate come una cascata sulla roccia di tufo a specchio sul mare.

Circondata da odorosi aracnceti, che in primavera diffondono nell'aria l'inebriante profumo della zagara, è conosciuta per la produzione dello "zibibbo", uva bianca dolcissima, di eccezionale gusto e sapore. L'antica pesca del tonno ha sviluppato una fiorente industria conserviera, che rende il "tonno sott'olio" di Pizzo noto ed apprezzato ovunque.

Ottima anche la cucina, a base di pesce della zona e di pietanze tradizionali calabresi.

Infine, famosi sono i gelati artigianali, che, rifacendosi ad una lunga tradizione, con il loro gusto squisito e la grande varietà di scelta, rendono particolarmente "dolce" a visitatori e turisti il soggiorno e la villeggiatura a Pizzo.

















LUOGHI DA VISITARE

BAGNARA CALABRA  (RC)

Bagnara Calabra è un comune della provincia di Reggio Calabria. Centro della Costa Viola, posta in fondo ad un'ampia insenatura tra le colline che scivolano a strapiombo sul mare, gode di una splendida quanto peculiare posizione geografica, incastonata a guisa di anfiteatro in un semicerchio collinare, coltivato a vigneti, Bagnara Calabra si specchia sulle acque del basso Tirreno, con la visione ammaliante dello Stretto di Messina, dello Stromboli e delle isole vaganti di Eolo, che ne fanno allo sguardo del visitatore uno dei panorami più incantevoli d'Italia, secondo la descrizione di Eduard Lear, datata 1847.

Bagnara Calabra, è una cittadina costiera sita in un'ampia insenatura a fasce che, per le sue stupende sfumature violacee che assumono le ombre dei monti circostanti sul mare, è conosciuta col nome di Costa Viola. Impossibile non farsi rapire dalle infinite attrattive che questo piccolo angolo di Tirreno offre, sia a livello turistico, culturale, che monumentistico. Dall'antica torre di Capo Rocchi, le cui origini ancor oggi sono oggetto di studio di storici e archeologi, all'abbazia normanna voluta da Roggero nel 1085, che venne chiamata "Maria SS dei XII apostoli" e che oggi possiamo ammirare nell'ultima delle sue innumerevoli ricostruzioni. Grande importanza ebbero nel passato le confraternite, che, nate intorno ai secoli XVII e XVIII, ancora oggi offrono il loro contributo soprattutto per la formazione spirituale e sociale dei cittadini di Bagnara.

Il primo nucleo abitato di cui conserviamo sicura testimonianza storica nasce intorno al 1085, con la fondazione dell'Abbazia di Santa Maria e i XII Apostoli ad opera del conte Ruggero d'Altavilla ed in breve tempo acquisisce un ruolo di primo piano nelle vicende politiche e religiose meridionali. Ipotesi storiche tendono a far risalire le origini della "Perla del Tirreno" al periodo Fenicio al VIII secolo a.C. Tali affermazioni sarebbero, secondo alcuni storici, suffragate dalle tante affinità con questo popolo di navigatori. "Si vuole che i Bagnaresi siano discendenti d'una colonia fenicia, e il loro spirito molto si avvicina a quegli antichi antenati; la loro duttilità, la loro laboriosità indefessa, l'amore per i traffici congiunto ad un profondo attaccamento per le tradizioni casalinghe, che rende questo paese tra i più originali fra quanti li circondano, sia per il dialetto sia per alcuni singolari riti religiosi, sia per i modi di vita, per l'abito delle donne, per la coltivazione delle scoscese colline, per la pesca del pesce spada che viene fatta diversamente che altrove, e per altre peculiarità che lo rendono come un'isola etnografica dai caratteri ben definiti fra tutte quante le popolazioni finitime che riconoscono nei bagnaresi quasi gente d'una particolare razza, forse più energica, più fattiva, piena d'un intenso spirito d'intrapresa che la distingue da tutti gli altri calabresi".


Chiesa Maria SS ImmacolataQuesti dati etnologici hanno fatto riflettere sulla probabilità delle suddette affermazioni; poiché, in mancanza di documentazione storica, l'etnologia è l'unica scienza che aiuta nella conoscenza delle stirpe e delle origini dei popoli. Tutti convengono sulle particolarità caratteristiche che distinguono il popolo di bagnaresi dall'altra gente calabra per il suo costume, per l'intraprendenza, per le sue attivita, per le sue tradizioni. Questi elementi caratterizzanti i bagnaresi in parte ancora resistono al convulso progresso della moderna civiltà pianificatrice; per esempio il baratto, esercitato dalle donne bagnaresi nei paesi viciniori del retroterra fino a qualche anno fa, è un autentico sistema commerciale dei fenici. Difatti detti elementi non trovano riscontro nei vari popoli che colonizzarono e dominarono le zone viciniori di Bagnara, né negli Arabi, né nei Normanni, ma soltanto nei Fenici.

Il torrone, lo zibibbo, il pane, il pescespada, la pizza ed il pane di grano di pellegrina.

A portare la tradizione del torrone a Bagnara sarebbe stata una nobildonna di nome Cardones che, giunta dalla penisola iberica, diffuse la prima ricetta, migliorata poi col tempo in Calabria, grazie alla genuinità delle materie prime e all'aggiunta di altri ingredienti naturali. L'elemento base è il miele di zagara, il profumato fiore degli agrumi che sulla costa Viola (e in buona parte del territorio calabrese) abbondano. Poi c'è la mandorla, anch'essa coltivata rigorosamente allo stato naturale, il cacao amaro e, infine,la cannella.