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CONSERVE

Le Conserve e la loro tecnica di conservazione, dei prodotti della terra e del mare, hanno sempre avuto un ruolo principale nella gastronomia calabrese. I Peperoncini piccanti ripieni di tonno acciughe e capperi, sono una conserva tipica del sud Italia ,soprattutto della nostra regione!! Ingredienti: 1 kg di peperoni freschi e belli sodi500 gr di tonno sott’olio di oliva200 gr di acciughe già pulite e dissalate4 cucchiai di capperi, già pronti200 gr di olive neresnocciolate(facoltative)1 litro di olio E.V.O. 1 litro di vino bianco1/2 litro di aceto di vino bianco1 pugno di sale grosso3 foglie di alloro2 cucchiai di olio EVOqualche grano di pepe neroqualche grano di ginepro. Pulite tutti i peperoni con un pannoumido, per togliere le impurità e con un colettilno togliete i semi. Metteli in una pentola con vino , l’aceto,il sale,1 bicchiere di acqua, l’olio E.V.O. l’alloro il pepe e il ginepro, e fateli bollire. Poi spegnete e togliete dal fuoco e lasciateli in questo infuso per 24 h, fateli scolare per un bel pò. Preparate il ripieno; sbriciolareil tonno già scolato dall’olio, tagliuzzato le acciughe, i capperile olive, mescolare il tutto e riempire i peperoni! piano piano riempite i vasetti e copriteli bene con l'olio di oliva lasciate i coperchi semiaperti in modoche esca tutta l’aria, poi il giorno dopo controllate se serve più olio e chiudeteli!Se nn li mangiate subito fate sterilizzare i vasi in acqua bollente!!

Le Spezie sono gli ingredienti principali nella preparazione delle conserve, tra i tanti il Peperoncino è il protagonista principale, l'Origano, il Rosmarino, Finocchietto Selvatico, il Basilico, l'Aglio, il Prezzemolo e le cipolle Rosse di Tropea. Tra i vari prodotti ortofrutticoli, Ittici, Spezie, Capperi, prodotti derivati dalla Carne elenchiamo qui sotto i principali:


Pomodori essiccati;
Zucchine
Melanzane;
Olive nere e verdi;
Capperi ;
Carciofini;
Funghi tra cui i porcini e cardoncelli;
Peperoncini rossi piccanti
Tonno, Acciughe, Pesce Spada pescati nel Mare Tirreno e lungo la costa Jonica;
Nduja, Soppressata;
Pelati di Pomodoro;
Salse di Pomodoro fresco;
Salse di Peperoni piccanti;
Si conserva di tutto: dagli inimitabili pomodori essiccati sotto il sole estivo, alle saporitissime melanzane tagliate a filetti, alle dolcissime olive nere e verdi, che insieme ai capperi costituiscono un ottimo antipasto. E ancora carciofini, funghi porcini e cardoncelli, tipici di queste zone, nonché i piccantissimi peperoncini rossi, vero orgoglio regionale. Ma è soprattutto dal mare di Calabria che si ricava la materia prima per le conserve più gustose: i tonni pescati nel Mare Tirreno e lungo la costa Jonica, dalla carne compatta e di un bel colore rosso scuro, una volta sott'olio, costituiscono il complemento ideale di sughi e insalate.

POMODORI SECCHI SOTT’OLIO

Scegliere dei sani, sodi e maturi pomodori "San Marzano", lavarli, asciugarli e tagliarli in senso orizzontale. Disporli su di un'asse di legno, cospargendoli di sale fino, e lasciare che si asciughino all'aria per alcuni giorni (avendo l'accortezza di non lasciarli all'aria durante la notte o durante una giornata nuvolosa). Quando si saranno seccati lavarli con aceto, scolarli e sistemarli in un barattolo di vetro, intervallando la disposizione dei pomodori con pezzetti di peperoncino e infine coprirli con olio d'oliva.

OLIVE VERDI SOTT’OLIO

Snocciolare le olive e riporle in un barattolo di vetro con acqua fredda. Cambiare l’acqua ogni giorno e dopo 20 gg. (oppure quando le olive saranno diventate dolci) scolare le olive dall’acqua e metterle a bagno in aceto bianco per 24 ore. Infine, scolarle dall’aceto e sistemarle nel barattolo aggiungendo prezzemolo in foglie, aglio a fettine, peperoncino e coprirle completamente con olio d’oliva.

MELANZANE SOTT’OLIO

Affettare le melanzane (qualità lunga) in senso orizzontale, cospargere di sale e metterle, a strati, sotto carico per 24 ore. Sistemarle in barattoli di vetro, comprimerle e aggiungere aglio a fette, peperoncino a pezzetti, origano e coprire tutto con olio d’oliva.

MELANZANE SOTT’OLIO 2

Seguire il procedimento come sopra ma aggiungere una spruzzata di aceto quando si mettono sotto carico le melanzane e in ultimo aggiungere nel barattolo anche il prezzemolo in foglie.

Tonno artigianale

Appena pescati i tonni vengono decapitati ed eviscerati. Da un' antica ricetta nascono filetti di tonno invasettati in olio d' oliva. Una vera delizia per il palato.

La pesca del tonno, con l'impianto in mare delle tradizionali "Tonnare", è antichissima e risale addirittura al tempo dei Greci. In Calabria veniva praticata, fino alla metà del secolo scorso, lungo il litorale tirrenico dove erano famose le Tonnare di Bivona e di Pizzo. Ancora oggi, in questo suggestivo angolo della provincia di Vibo Valentia, denominato Costa degli Dei, l'antica tradizione della pesca del tonno è ancora viva nei racconti di quanti ancora la ricordano. Ma sono soprattutto le tante aziende di trasformazione ittica del territorio che consolidano, ogni anno di più, il livello qualitativo e di tipicità del tonno calabrese all'olio di oliva, al naturale o coniugato magistralmente con prodotti tipici di eccellenza, come la nduja di Spilinga e la Cipolla Rossa di Tropea.

INDICE

PRODOTTI TIPICI

POMODORI SECCHI SOTT 'OLIO

Pomodori - origano - peperoncino piccante - aglio - sale - olio extravergine d'oliva-basilico-capperi

Preparazione:
Come prima cosa bisogna tagliare a metà i pomodori (verticalmente) e metteteli ad asciugare al sole su un graticcio almeno per tre, quattro giorni, avendo l'accortezza di ritirarli al coperto all'imbrunire perché non prendano l'umidità della notte.
Terminata questa prima procedura non resta che mettere tra le due parti di ciascun pomodoro secco un pezzettino d'aglio e disporli a strati con origano e peperoncino piccante,basilico e capperi in vaso di creta o di vetro.
Pressateli fortemente con l'aiuto di un cucchiaio, copriteli d'olio d'oliva e lasciateli riposare almeno per 1 mese.





INDICE

PRODOTTI TIPICI

CEDRO

Il Cedro di Calabria è coltivato nella fascia costiera dell'altoTirreno cosentino tra i comuni di Tortora e
Diamante ( Riviera dei cedri appunto) dove
trova il suo habitat naturale
grazie ad un microclima caratterizzato da temperature miti tutto l'anno
senza particolari escursioni termiche. E' un arbusto che può raggiungere i quattro metri di altezza,
con foglie lunghe anche 20 cm. I fiori molto profumati crescono a
gruppi da tre a dodici, hanno colore rossastro all'esterno e bianco
all'interno.Il Cedro di Calabria viene impiegato dall'industria alimentare per
la preparazione di bibite analcoliche e
frutta candita, ma viene spesso utilizzato dalla pasticceria calabrese
nella preparazione di alcune creme per dolci. Nella zona in cui si
coltiva e produce, si produce anche il liquore al
cedro e sopratutto un olio extravergine di oliva aromatizzato al cedro,prodotto e commercializzato dal Consorzio del Cedro di Calabria, la cui
finalità è quella di favorire la diffusione dell'agrume come
importante elemento della gastronomia prima ancora che dell'industria
alimentare.
continua

PRODOTTI TIPICI


Oliva Carolea

Olea europea sativa var. Carolea (Sinonimi: Becco di corvo, Borgese, Calabrese, Calamignana, Camignaria, Caroleo, Catanzarese, Colarè, Convitè, Corbarica Coriolese, Cortalese, Cumignana, Marinotto, Muso di corvo, Nicastrese, Oliva dolce, Olivo di Calabria, Olivo di Sorta, Olivona, Pizzu' di corvu, Policastrese, Squillaciota, Verdella)

Pianta di grandi dimensioni, con portamento assurgente, chioma mediamente folta, caratterizzata da vigoria media, caratterizzata da produttività elevata e costante.

E' ampiamente presente negli uliveti della regione, in particolare nelle province di Crotone, Catanzaro e Cosenza

Utilizzato da mensa e per la produzione di olio, il frutto ( drupa) presenta le seguenti caratteristiche:

colore: da verde a nero, con epicarpo pruinoso che presenta rare lenticelle grandi

forma: ellittica, leggermente asimmetrica, con diametro massimo posto apicalmente, con apice arrotondato e base appuntita

dimensione: grossa, di peso elevato ( 5-6 g)

La resa in olio è elevata (20-25%) di colore giallo dorato, fruttato medio di oliva con lievi sentori di frutta, soprattutto mela, dal sapore delicato, dolce, con leggere note di amaro e piccante con leggero sapore di mandorle.

E' presente nell'Olio Extravergine di Oliva Alto Crotonese DOP, Bruzio DOP Fascia Prepollinica, Bruzio DOP Valle Crati, Lametia DOP

Presenta buona resistenza a freddo, siccità e gelate.

La maturazione dei frutti è tardiva (metà ottobre - fine dicembre) progressiva dall'apice

La raccolta viene praticata prevalentemente a mano ma anche a macchina


Il contenuto di acidi grassi monoinsaturi, di tocoferoli e beta-caroteni è importante per l’azione anticolesterolemica, antiossidante, di prevenzione delle malattie cardiovascolari.

Le olive essendo molto ricche di grassi vegetali e di sali non sono molto indicate per soggetti sottoposti a diete ipocaloriche né ai soggetti ipertesi.

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DOLCI

LE SUSUMELLE

Le susumelle, dette anche pitte di San Martino, sono un dolce tipico calabrese, ed in particolare della provincia di Vibo Valentia e di Reggio, dalle origine antiche. Sono costituite da un impasto elastico, hanno una forma a goccia e sono caratterizzate da una glassa superiore lucida di zucchero e cioccolato fondente.
Probabilmente questo dolce risente degli influssi orientali per gli ingredienti che lo compongono.

Il nome susumella deriva dalla parola carezza proprio per dimostrare la delicatezza e la lucentezza di questo particolare dolcino. Le susumelle hanno colore marrone se ricoperti di cioccolato, oppure bianchi se la copertura è di dolce glassa bianca, decorati con sottili ghirigori di cioccolato scuro.
Il sapore amarognolo ed il profumo intenso di questi biscotti sono dati dall’aggiunta nell’impasto di cannella, chiodi di garofano e scorza grattugiata di limone.Il miele generalmente usato è quello di castagno, oppure di acacia o il millefiori.
Pur essendo un dolce natalizio, viene prodotto durante tutto l’anno, ed è sempre presente sulle bancarelle delle sagre paesane.

Tecniche di produzione e di lavorazione :La lavorazione inizia con la miscelazione di tutti gli ingredienti ed il relativo procedimento di impasto. Terminata tale fase inizia il modellaggio del prodotto quindi si procede al taglio dello stesso teso a realizzare dei panetti ovali della misura di circa 10 cm. Terminato questo procedimento, le susumelle si infornano per circa 30 minuti. Una delle loro varianti è la possibilità di ricoprire gli stessi con cioccolato bianco o nero.




PRODOTTI TIPICI

TORRONE DI BAGNARA (RC)

I prodotti dolciari calabresi racchiudono tradizioni millenarie. Dolci inimitabili perché tramandati da generazione in generazione, tipici, freschi, fatti a mano con materie prime inconfondibili, da tecniche antiche, ma soprattutto frutto di una terra ancora incontaminata. Reggio Calabria, Bagnara Calabra, Taurianova, Cittanova, Laureana di Borrello sono le città dove si produce uno dei migliori torroni Italiani.


E’ documentato in alcuni libri antichi che già nel 1700 i monaci della nostra abbazia erano esperti conoscitori dell’arte dolciaria, basta citare per esempio i Jirita Apostuli e i Suspiri i Monaca. Essi lavoravano anche il torrone, facevano un torrefatto piuttosto scuro, colore manto di monaco, chiamato martiniana. La prima fabbrica di torrone a Bagnara comparve dopo la metà del 1800 grazie al sig. Francesco Antonio Cardone che riprese quella vecchia ricetta dei monaci e con alcune modifiche la rese famosa. Nei primi anni del 1900 i fratelli Pasquale e Luigi Frosina aprono una fabbrica di Torrone che dura fino al 1965. Intanto Francesco della famiglia Cardone  si distacca dalla madre fabbrica e ne fonda una tutta sua. Sposatosi con donna Micia, nella sua bottega lavorò e fece esperienza Careri di Porelli che nel 1967 aprì un laboratorio tutto suo nel suo rione. Il sig Orazio Borgia originario di San Procopio, dopo aver sposato donna Saruzza di Bagnara, si era trasferito nel nostro paese e qui aveva cominciato a lavorare prima nel forno della famiglia della moglie e poi avviando una produzione propria di torrone. Negli anni 70, il noto pasticciere Minutolo che fin da piccolo aveva fatto esperienza nei laboratori di don Ciccio Cardone accanto a Donna micia, e poi aveva lavorato sempre nel mestiere fuori Bagnara per tanti anni, compra la ditta e rilancia il vecchio marchio Borgia. I Fratelli De Forte nati come pasticcieri prima della seconda guerra mondiale, dagli anni cinquanta producono sempre costantemente il loro tradizionale torrone.
Già nel 69 Il maestro pasticciere Giannino Morello, che prima portava avanti i laboratori dei Frosina, produceva il suo torrone nel piccolo ma famoso laboratorio in piazza Marconi. Al suo fianco il suo discepolo prediletto Mimmo Caruso che proveniva anche lui dalla scuola dolciaria dei Frosina, dove ha fatto esperienza nel mestiere fin dall’età di 6 anni.
Negli anni 80 a Porelli nasce la fabbrica di Cundari, ancora un produttore di torrone a buoni livelli, poi tocca a Mimmo Caruso mettersi in proprio e realizzare il sogno di una famiglia intera che da generazioni lavora nel mondo dei dolciumi in modo artigianale. Si pensi che negli anni 40 e 50 ben 9 persone della sua famiglia lavoravano nel laboratorio dei Frosina in via Cantù. Tra pro nonni, nonni, pro zii, zii, è stato proprio l’ultimo, quel bambino di 6 anni a continuare la tradizione del torrone artigianale, proprio come quello di una volta.
La ricetta per fare la cotta, che è la base del torrone è la seguente:
Miele, di arancia nostrano dal fiore di zagara.
Albume di uova fresche.
Mandorle locali tostate, intere e macinate, una volta si usavano quelle di Avola, adesso si usano quelle siciliane in generale o quelle pugliesi.
Si fa cuocere il miele dentro una caldaia a bagnomaria assieme all’albume già montato e si fa girare con un braccio meccanico per circa 5 – 6 ore. Una volta questo lavoro si faceva totalmente a mano.
Durante questo procedimento si fanno  tostare le mandorle.
Quando il “maestro torronaio” capisce che il miele è cotto, riduce la velocità della macchina e  aggiunge  dentro la caldaia le mandorle, il 30%  macinate per fare da amalgama  ed il 70% intere.
Dopo 10 minuti, sempre secondo la veduta del “maestro torronaio” la cotta  si tira via dalla caldaia un poco ala volta e si modella a mano dentro la “turrunara”, fatta di legno di faggio e poi si livella col matterello, poi si taglia della forma voluta con la taglierina.
Si fa raffreddare per un ora e poi si può incartare ostiato cosi com’è, oppure si può “ ’nnasprare ” con lo zucchero o con la copertura di cioccolato.
Oramai le varietà di torrone nel nostro paese sono tantissime, si va dalla classica sfoglia ostiata, al bacetto di cui la famiglia Cardone detiene il brevetto Altri prodotti sono il lingottino ed il torange, torrone all'arancia.

Il modo di fare il torrone oggi a Bagnara non è simile per tutti i laboratori, esistono pasticcerie che oramai hanno industrializzato la produzione, altre che mantengono la tradizione artigianale, ed altre ancora che lo producono a conduzione familiare.
Straordinario e unico è il torrone gelato, che non è un gelato vero e proprio ma un coloratissimo insieme di pasta di mandorle e altri ingredienti. La forma è cilindrica o a stecca: gli ingredienti che lo compongono sono cedro, arancia e mandarino canditi, insieme con mandorle e legati da zucchero fondente a vari colori, il tutto ricoperto da una glassa di cioccolato. Si tratta di un dolce abbastanza morbido che si taglia facilmente a fette.

Notissima specialità della tradizione è il torrone di Bagnara Calabra. Viene preparato in formati tradizionali, rettangolari o rotondi, e di piccole dimensioni, più facili per il consumo, bianco, al cioccolato o rivestito di glassa. Particolare il «bacetto», un torroncino a forma di piramide coperta di cioccolato fondente.

Legame col territorio. Base del torrone sono le mandorle e il miele, materie prime di cui la regione è ricca. La coltura del mandorlo veniva già praticata dai romani e si diffuse soprattutto nell'Italia meridionale. Le caratteristiche organolettiche di questo torrone dipendono dall'uso del miele vergine utilizzato nella sua preparazione, che non è solo un dolcificante, ma veicola i tanti particolari sapori attinti dalle essenze su cui le api si sono posate. Lo zucchero entra in scena con le guerre arabe, portato dai crociati.

Descrizione del prodotto. Torroni e torroncini hanno forme, colori e confezioni molto diversificate; anche il gusto varia a seconda delle materie prime utilizzate.

Tecniche di produzione. Le mandorle tostate vengono unite all'albume e al miele e il tutto cotto a bagnomaria per circa sei/sette ore, mescolando continuamente con una spatola per avere una cottura uniforme. Oggi questa operazione viene fatta in apposite apparecchiature dotate di spatole automatiche. A cottura ultimata l'impasto viene steso con il mattarello e lasciato freddare. Successivamente si tagliano in tante barrette dalle dimensioni variabili. Quelli al cioccolato, durante la lavorazione, subiscono leggere varianti tecnologiche.

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U PECURINU ( il pecorino)

I Formaggi rappresentano la storia dei pastori Calabresi, una vera e propria passione. Il pecorino è un tipico prodotto calabrese. E' un formaggio che si ottiene dalla lavorazione del latte di pecora lacrosta è molle e rigata di colore crema, la pasta è compatta leggermente occhiata, il sapore è delicato.

Spiccano i classici Latticini e Pecorino Calabrese del Monte Poro.
Il famoso Pecorino del Monte Poro, si presume che risale a partire dal 1500.
 I Pascoli del Monte Poro liberi ed incontaminati da fonti d'inquinamento industriali,  sono rigogliosi di foraggio, di vegetazione spontanea, spesso le mandrie o i greggi circolano liberamente cibandosi di vegetazione aromatica e genuina.
 Il Pecorino di Monte Poro ha forma appiattita e tonda ed ha forma più piccola degli altri formaggi simili calabresi, è un formaggio preggevole, preparato con latte intero di pecora, ricco di sali minerali e di proprietà nutrizionali.I Formaggii del Monte Poro vengono prodotti Stagionalmente a livello locale, sia le tecniche della lavorazione del latte che tutta la filiera rispettano la tradizione artigianale, anche la stagionatura avviene naturalmente, ha durata variabile, le forme sono poste in locali freschi su ripiani di legno a temperatura ambiente. Ogni anno in Agosto in questa zona si celebra la Sagra del Formaggio offrendo così ai turisti l'occasione per assaggiare questo magnifico prodotto tipico.

Legame col territorio: l’allevamento ovino sulle pendici di questo monte è antichissimo e antichissima la produzione di formaggi pecorini. Le caratteristiche organolettiche di questo formaggio traggono origine dalle essenze del comprensorio del Monte Poro - Capo Vaticano, dalle razze locali ovi-caprine. Proprio per la spiccata tipicità, ha suscitato interesse e numerosi apprezzamenti nelle numerose fiere ed esposizioni nazionali e internazionali.

Descrizione del prodotto: Gia' inserito all’interno dell’elenco delle produzioni tradizionali della Calabria, il pecorino di Monte Poro rappresenta oggi uno dei formaggi piu' richiesti dell’intero territorio regionale. Formaggio, che si distinge per il suo sapore, considerato tra i migliori pecorini nel Sud Italia. Ha una forma cilindrica, la crosta è sottile e gialla la fresca, dura, rugosa, di colore giallo oro tendente al rossiccio la stagionata; il sapore è dolce il fresco, intensamente aromatico e leggermente piccante lo stagionato.

Tecniche di produzione: Ottenuto dalla trasformazione di latte ovino (può essere aggiunto del latte caprino) proveniente da pecore alimentati in pascoli naturali (dal sistema pascolo estensivo ancora ampiamente praticato) dell’altopiano del Poro, trova la sua forza oltre che nella genuinità del prodotto, anche nei metodi tradizionali di trasformazione e di stagionatura, dalle tecniche di lavorazione che non contemplano il riscaldamento della cagliata dopo la sua frantumazione, cui segue una più accurata e prolungata pressatura manuale per eliminare i residui di siero. La pasta è morbida e compatta il fresco, compatta e dura lo stagionato. Disponibile in forma cilindrica ma anche in forme particolari di peso variabile da 800 grammi a 3-4 kg, ha un diametro variabile tra 8 e 20 cm; un'altezza variabile tra 6 e 18 cm. La tecnica di produzione e di salatura è assai simile a quella del pecorino crotonese.

Uso gastronomico: il pecorino del Monte Poro può essere gustato a vari livelli di stagionatura e più è stagionato più è salato e piccante. Utilizzato in molti piatti a base di verdure, può essere consumato a tavola da solo con un buon pane locale, alla griglia il prodotto fresco, sui piatti tradizionali quello stagionato. Quindi si consuma fresco o stagionato, sia come formaggio da grattugia che da portata (in scaglie o cubetti), anche accompagnato da insaccati, pomodori secchi, conserve sott'olio d'oliva, grazie al suo sapore leggermente piccante. Quello stagionato può essere grattugiato e sostituito al parmigiano.

Di grande importanza è anche il Pecorino Crotonese, formaggio di pura pecora con 4 mesi di stagionatura, dal sapore piccante.  
Pecorino crotonese: la sua preparazione Un tempo il pecorino crotonese veniva prodotto con latte di pecora proveniente dalla razza Gentile di Puglia, più un terzo di latte caprino, particolarmente idoneo per la sua elevata quantità di grasso. Il rapporto di 2 a 1 nella mistura di latte viene ancora oggi perfettamente rispettato. Il pecorino crotonese viene quindi prodotto da latte misto ovi-caprino proveniente da due mungiture, al quale si aggiunge pasta di caglio. La cagliata così ottenuta viene riscaldata e nella fase di frugatura in fiscelle, possono essere aggiunti dei grani di pepe nero. L'impasto così ottenuto si mette ad asciugare per 3 o 4 giorni, segue la salatura a secco o in salamoia e maturazione di 40 o 50 giorni in ambiente fresco. La stagionatura del pecorino crotonese può durare anche fino a due anni, col tempo il formaggio diviene molto secco risaltandone il gusto sapido e piccante. Il pecorino secco viene consumato a tavola, come antipasto, insieme a pomodori secchi, salumi locali e ortaggi sott'olio tipici della cucina calabrese. Quello fresco viene consumato da ingrediente da cucina, grattugiato sui primi piatti conditi con sugo piccante di carne di capretto o d'agnello.
Pecorino crotonese: la sua diffusione e i luoghi di produzione. A diffondere e alla tutela del pecorino crotonese ci pensa L'A.P.O.C.C. L’Associazione Produttori Ovini Caprini della Calabria, ha come obiettivo primario la valorizzazione e promozione dei formaggi tipici del Crotonese per far conoscere la storia, le tradizioni e la cultura del territorio. A questo proposito l'A.P.O.C.C. è protagonista per il riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta (D.O.P) dell'Unione Europea. La zona di produzione e stagionatura del formaggio comprende l'intero territorio della provincia di Crotone e l'intero territorio amministrativo del comune di Andali, Belcastro, Botricello, Cerva, Cropani, Marcedusa, Petronà, Sellia, Sersale, Simeri Crichi, Soveria Simeri e Zagarise nella provincia di Catanzaro e dei comuni di Bocchigliero, Calopezzati, Campana, Cariati, Cropalati, Crosia, Mandatoriccio, Mirto-Crosia, Paludi, Pietrapaola, S. Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza.




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CONSERVE

Le Conserve e la loro tecnica di conservazione dei prodotti della terra e del mare hanno sempre avuto un ruolo principale nella gastronomia calabrese, tra i metodi più utilizzati e tradizionali che favoriscono un lungo mantenimento delle conserve è l'olio extravergine di oliva, il quale permette di conservare e proteggere le conserve, dai batteri presenti nell'aria.

L'arte di preparare patè, creme e salse è tipica di quella cucina casalinga tradizionale dei nostri contadini e pescatori che hanno de sempre adoperato tecniche di lavorazione rigidamente naturali e artigianali. Era la povertà che portava la gente ad essere previdente per cui in ogni famiglia si conservavano i vari prodotti per averli poi disponibili in ogni periodo dell'anno. Ogni tipo di ortggio veniva conservato sott'olio, sotto sale, sott'aceto e perfino diversi tipi di erbe selvatiche, come la cicoria, che le donne raccoglievano nelle campagne, diventavano, durante l'inverno, un gustoso companatico. Per cui, secondo un'antica tradizione, conoscenze e passioni si tramandavano e si perfezionavano nel corso dei secoli ed oggi questi vecchi sapori vengono riproposti da un fiorente artigianato alimentare calabrese, quasi sempre a conduzione familiare, in una fantasia di prodotti della terra e del mare che conservano inalterati il gusto e la genuinità.


Le Spezie sono gli ingredienti principali nella preparazione delle conserve, tra i tanti il Peperoncino è il protagonista principale, l'Origano, il Rosmarino, Finocchietto Selvatico, il Basilico, l'Aglio, il Prezzemolo e le cipolle Rosse di Tropea. Tra i vari prodotti ortofrutticoli, Ittici, Spezie, Capperi, prodotti derivati dalla Carne elenchiamo qui sotto i principali:

Pomodori essiccati;
Zucchine
Melanzane;
Olive nere e verdi;
Capperi ;
Carciofini;
Funghi tra cui i porcini e cardoncelli;
Peperoncini rossi piccanti
Tonno, Acciughe, Pesce Spada pescati nel Mare Tirreno e lungo la costa Jonica;
Nduja, Soppressata;
Pelati di Pomodoro;
Salse di Pomodoro fresco;
Salse di Peperoni piccanti;
Si conserva di tutto: dagli inimitabili pomodori essiccati sotto il sole estivo, alle saporitissime melanzane tagliate a filetti, alle dolcissime olive nere e verdi, che insieme ai capperi costituiscono un ottimo antipasto. E ancora carciofini, funghi porcini e cardoncelli, tipici di queste zone, nonché i piccantissimi peperoncini rossi, vero orgoglio regionale. Ma è soprattutto dal mare di Calabria che si ricava la materia prima per le conserve più gustose: i tonni pescati nel Mare Tirreno e lungo la costa Jonica, dalla carne compatta e di un bel colore rosso scuro, una volta sott'olio, costituiscono il complemento ideale di sughi e insalate.

POMODORI SECCHI SOTT’OLIO

Scegliere dei sani, sodi e maturi pomodori "San Marzano", lavarli, asciugarli e tagliarli in senso orizzontale. Disporli su di un'asse di legno, cospargendoli di sale fino, e lasciare che si asciughino all'aria per alcuni giorni (avendo l'accortezza di non lasciarli all'aria durante la notte o durante una giornata nuvolosa). Quando si saranno seccati lavarli con aceto, scolarli e sistemarli in un barattolo di vetro, intervallando la disposizione dei pomodori con pezzetti di peperoncino e infine coprirli con olio d'oliva.

OLIVE VERDI SOTT’OLIO

Snocciolare le olive e riporle in un barattolo di vetro con acqua fredda. Cambiare l’acqua ogni giorno e dopo 20 gg. (oppure quando le olive saranno diventate dolci) scolare le olive dall’acqua e metterle a bagno in aceto bianco per 24 ore. Infine, scolarle dall’aceto e sistemarle nel barattolo aggiungendo prezzemolo in foglie, aglio a fettine, peperoncino e coprirle completamente con olio d’oliva.

MELANZANE SOTT’OLIO

Affettare le melanzane (qualità lunga) in senso orizzontale, cospargere di sale e metterle, a strati, sotto carico per 24 ore. Sistemarle in barattoli di vetro, comprimerle e aggiungere aglio a fette, peperoncino a pezzetti, origano e coprire tutto con olio d’oliva.

MELANZANE SOTT’OLIO 2

Seguire il procedimento come sopra ma aggiungere una spruzzata di aceto quando si mettono sotto carico le melanzane e in ultimo aggiungere nel barattolo anche il prezzemolo in foglie.

Tonno artigianale

Appena pescati i tonni vengono decapitati ed eviscerati. Da un' antica ricetta nascono filetti di tonno invasettati in olio d' oliva. Una vera delizia per il palato.

La pesca del tonno, con l'impianto in mare delle tradizionali "Tonnare", è antichissima e risale addirittura al tempo dei Greci. In Calabria veniva praticata, fino alla metà del secolo scorso, lungo il litorale tirrenico dove erano famose le Tonnare di Bivona e di Pizzo. Ancora oggi, in questo suggestivo angolo della provincia di Vibo Valentia, denominato Costa degli Dei, l'antica tradizione della pesca del tonno è ancora viva nei racconti di quanti ancora la ricordano. Ma sono soprattutto le tante aziende di trasformazione ittica del territorio che consolidano, ogni anno di più, il livello qualitativo e di tipicità del tonno calabrese all'olio di oliva, al naturale o coniugato magistralmente con prodotti tipici di eccellenza, come la nduja di Spilinga e la Cipolla Rossa di Tropea.

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LA COLTURA DELLA VITE

La coltura della vite viene praticata in Calabria sin dai tempi preistorici, esisteva sicuramente ancor prima che vi giungessero, intorno all’VIII secolo a. C., i primi coloni greci. Molte leggende fiorite intorno alla fondazione di città della Magna Grecia, tra cui l’antica Kaulon, fanno menzione della vite quale elemento sacrale. Del resto la coltivazione dei vigneti in queste contrade era talmente intensa nell’età ellenistica che la Calabria fu detta "Enotria", ossia terra del vino. Si capisce quindi come il vino che si produceva in Calabria, oltre ad avere una considerevole importanza nell’economia dei tempi, era apprezzato e famoso per la sua qualità. Caratteristica di quel vino pare fosse la forza ed il vigore, capace (si dice) di resuscitare anche i morti, ed il profumo intensissimo. Le tavole di Eraclea danno un preciso valore ai vigneti del tempo in Calabria: un appezzamento di terreno coltivato a vigna valeva sei volte quello coltivato a cereali. Pare che vi si coltivassero 150 vitigni diversi e tutti pregiati. Al dio Bacco erano innalzati ovunque templi, tra i quali famosissimo quello di Cremissa, odierna Cirò. E si vuole appunto che il vino Cirò discenda in linea retta da quel vino di Crimisa che si somministrava agli atleti vittoriosi nelle gare, per cui (insieme ad un altro grande vino di Calabria, il Greco di Bianco) sarebbe il nettare più antico d’Italia. Non v’è dubbio d’altronde che anche il Greco di Bianco, sia di nobili ed antichissime origini: è il nome stesso a dirlo. Si racconta che il vitigno sia stato portato nell’VIII secolo a. C. dai coloni greci che fondarono Locri Epyzefiri. Narra la leggenda che la battaglia del fiume Sagra (VI secolo a. C.) tra i 20.000 Locresi-Reggini da una parte ed i 100.000 Cotroniati-Kauloniati dall’altra, venne vinta dai primi perché esaltati da copiose libagioni di vino Greco.

Vi sono in Calabria circa 55.000 ettari di terreno coltivato a vigneto di cui 38.500 a coltura specializzata con produzione annua che si aggira intorno a 1.800.000 ettolitri di vino. Non molto se consideriamo che l’antica Enotria produceva la stessa quantità di vino dell’Alto Adige e meno delle Marche e di quasi tutte le altre regioni d’Italia. Eppure la Calabria, per la sua collocazione geografica al centro del Mediterraneo dove il sole splende per 8 mesi l’anno e per la sua particolare conformazione, è in grado produrre vini che, pur provenendo dai medesimi vitigni si differenziano notevolmente, vini quasi sempre di altissima qualità, robusti e generosi.

In Calabria la massima produzione di vino è ad un livello decisamente artigianale e difatti ogni contadino vinifica da sé con criteri del tutto primitivi ed empirici. Ecco perché i risultati di anno in anno sono i più disparati e non vi è una vera continuità nella qualità dello stesso tipo di vino. Questo è il motivo della mancata diffusione dei nostri nel resto d’Italia. Ancora oggi sono poche le aziende che hanno la denominazione DOC, ma è in notevole incremento.

Il Cirò è uno dei pochi vini veramente industrializzato, il primo che ha chiesto ed ottenuto la denominazione d’origine controllata. Conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo e' entrato a far parte di ogni cantina che si rispetti e sulle tavole di ogni buon ristorante. Per gli altri vini occorrerà attendere. Di recente hanno ottenuto la denominazione d’origine controllata anche i vini Bivongi, Savuto, Donnici e Pollino.









PRODOTTI TIPICI - Olive schiacciate

Le olive più succose sicuramente sono quelle SCHIACCIATE!
Vengono raccolte e schiacciate a mano, condite ed insaporite con olio, origano,semi di finocchio, aglio e naturalmente peperoncino per diventare le famose olive schiacciate sott'olio calabresi uno dei prodotti tipici più ricercati.
INGREDIENTI UTILIZZATI:
Olive, olio di oliva, origano, semi di finocchio selvatico, sale, peperoncino, aglio.Le olive appena raccolte si lavano e si schiacciano con una pietra (o con un oggetto pesante), poi si lasciano in un contenitore pieno d'acqua per circa 10 giorni che serve a renderle dolci ( l'acqua si deve cambiare spesso). A questo punto si ripongono definitivamente nella classica "tiea" (recipiente di terracotta) o in un "boccaccio" coperti di acqua e sale. Dopo di che, ci si mette sopra un disco di legno con un grande peso, di solito costituito da una o più pietre. La maturazione avviene al naturale in recipienti di terracotta o vetro per un periodo minimo di 10 giorni.CONSERVAZIONE: Invasamento in vasi di vetro con aggiunta di olio e tutti gli aromi!

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IL VINO DI VERBICARO (DOC dal 1995)

La coltivazione della vite in Calabria risale ai Greci, i quali, fin
dall'VIII secolo a.C., individuarono sui litorali dell'Enotria, ossia
"terra del vino" come chiamavano questa regione, le zone vocate alla
vite e diedero impulso, con i loro vitigni e con le loro pratiche
enoiche, a un'ottima produzione. La Calabria offre, inoltre, le prime
testimonianze di una imponente e organizzata esportazione del vino verso
nord e ovest. La viticoltura continua ancora oggi a
rivestire un ruolo fondamentale per l'economia della regione, con un
patrimonio di varietà locali e tradizionali dalle quali si producono
vini di elevata qualità. Il Verbicaro Bianco si serve in calici di media capacità a tulipano
svasato a 8-10°C e si abbina ad antipasti di pesce e di verdure, a
minestre e formaggi poco stagionati; il Verbicaro Rosso, da bere in
calici bordolesi a 16-18°C, è particolarmente indicato per accompagnare
carni bianche ripiene al forno, minestre molto ricche di sapore, oppure
piatti di formaggi e salumi tipici della regione; il Verbicaro Rosato,
da servire in calici di media capacità a tulipano ampio a 12-14°C, si
sposa con i salumi e formaggi calabresi, le carni bianche, le minestre, i
molluschi. La metodologia produttiva utilizzata per la produzione del Bianco mira
all'immediata estrazione del succo dal frutto, in maniera che la
fermentazione riguardi solo la parte liquida. Nella vinificazione in
bianco sempre più frequentemente la pressatura è effettuata direttamente
su uve intere, quando non precedentemente pigiate, per separare il
mosto dalle parti solide, riducendo al minimo la lacerazione delle
bucce. Alla pressatura segue l'allontanamento delle particelle in
sospensione o fecce, e la fermentazione del mosto pulito, a una
temperatura massima di 20°C. Si procede, quindi, ai travasi per il
definitivo illimpidimento del vino, il quale è, a quel punto, pronto per
l'imbottigliamento. La metodologia produttiva del Rosso può essere definita come la
vinificazione con la vinaccia (costituita dalle parti solide dell'uva,
bucce e vinaccioli) a contatto con il mosto durante la fermentazione,
per estrarre parte delle sostanze in essa contenuta. In sostanza, l'uva
viene pigiata e, nella maggioranza dei casi, diraspata, quindi posta in
speciali recipienti per la fase di fermentazione e macerazione. Al
termine della macerazione avviene la svinatura, che permette di
eliminare dalla parte liquida le vinacce, ottenendo così il vino fiore. A
questo punto il vino viene sottoposto a travasi per eliminare le altre
sostanze solide eventualmente precipitate, quindi viene indirizzato
all'affinamento e all'invecchiamento e infine stabilizzato e
imbottigliato.La metodologia produttiva del Rosato opera una fermentazione in bianco
delle uve rosse, cioè senza macerazione delle vinacce, ma con il breve
contatto con le vinacce del mosto fatto fermentare in bianco, dopo
averlo separato dalle vinacce. Trattandosi di un tipo di vinificazione
adottata per l'ottenimento di vini fini, occorrono pigiatrici
diraspatrici che lavorino l'uva con molta delicatezza; il pigiato così
ottenuto viene inviato nei fermentini, dove subisce una macerazione
brevissima. Al termine di queste operazioni il vino fiore viene separato
dalle vinacce e sottoposto a travasi, per separare la frazione limpida
dalla feccia e per eliminare le altre sostanze solide eventualmente
precipitate, quindi viene stabilizzato e, infine, imbottigliato.



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olio d'oliva calabrese

In Calabria la presenza dell’ulivo è documentata almeno sin dal tempo dei Greci (VIII/VII sec. a.C.), quando la pianta arrivò nell' Italia meridionale importata dall'Asia Minore, ma si deve ai Romani, con l’introduzione di importanti innovazioni e il perfezionamento delle tecniche olearie, l’enorme sviluppo e la diffusione di questa coltura antichissima. Alberi sempreverdi e molto longevi, col loro verde argento straordinario, gli olivi sono oggi parte inconfondibile del nostro paesaggio agrario. Gli impianti arborei, veri e propri monumenti della natura, si adattano a terreni anche impervi. La raccolta delle olive, che inizia ad ottobre-novembre, prima della semina del grano, può avvenire con mezzi meccanici, per brucatura o per caduta spontanea sulle reti. Grazie a questa secolare esperienza che la Calabria è ai primi posti tra i produttori di olio italiani.

RACCOLTA DELLE OLIVE
Le olive sono tradizionalmente raccolte battendo le fronde con bastoni, in modo da provocare la caduta dei frutti che, dopo essere caduti su apposite reti vengono poi raccolti. Una tecnica più moderna prevede l'utilizzo di abbacchiatori meccanici che scuotono i rami con minore danneggiamento per la pianta e le olive cadono su una rete predisposta a terra che permette poi di raccoglierle più rapidamente e con minore fatica.La raccolta a mano con appositi pettini e sacche a tracolla (metodo lungo ma con la possibilità di scegliere i frutti) su lunghe scale a pioli di legno, è ancora praticata in molte zone della della Calabria. Questa tecnica, sicuramente dispendiosa, consente di raccogliere frutti integri ed al giusto grado di maturazione. È ancora preferibile per le olive da conserva, ma rappresenta il primo degli elementi fondamentali per ottenere un olio extra vergine di oliva fragrante e privo di odori sgradevoli. Non meno importante al fine di ottenere un olio vergine esente da difetti è il metodo di stoccaggio delle olive. L'ideale è che le olive siano raccolte in apposite "cassette aerate" in plastica, che queste cassette siano conservate lontano da fonti di calore e che le olive siano frante nel giro di 18-24 ore dalla raccolta. Questo garantisce che le olive non fermentino in modo anaerobico dando origine alla formazione di "alcoli alifatici" che produrrebbero nell'olio difetti quali "riscaldo" e, in casi estremi, "muffa".

ESTRAZIONE
 La produzione dell'olio d'oliva di maggiore importanza si basa su processi di estrazione esclusivamente meccanici. In questo modo si distinguono merceologicamente gli oli "vergini" da quelli ottenuti mediante processi basati su metodi fisici e chimici (oli di semi, oli di oliva rettificati e raffinati, oli di sansa).Altre tecniche prevedono l'impiego di metodi fisici e chimici. Va però detto che le norme e gli standard di qualità stabiliscono che un olio di oliva possa essere definito "vergine" solo se per la sua produzione siano stati impiegati esclusivamente metodi meccanici. L'olio ottenuto con il ricorso a metodi chimici e fisico-chimici è pertanto identificato con tipologie merceologiche differenti e distinte dal "vergine".Le linee di lavorazione nell'estrazione meccanica differiscono per i metodi usati nelle singole fasi, pertanto esistono tipologie d'impianto differenti. Oltre che per le caratteristiche tecniche gli impianti differiscono in modo marcato per la capacità di lavoro, il livello di meccanizzazione, l'organizzazione del lavoro, la resa qualitativa e quantitativa, i costi di produzione. In generale la linea di produzione di un oleificio comprende 5 fasi fondamentali:
  • Operazioni preliminari.
  • Molitura.
  • Estrazione del mosto d'olio.
  • Separazione dell'olio dall'acqua.
  • Stoccaggio, chiarificazione e imbottigliamento.

L'olio di oliva è utilizzato soprattutto in cucina, principalmente nelle varietà extravergine e vergine, per condire insalate, insaporire vari alimenti, conservare verdure in barattolo. Il suo elevato punto di fumo lo rende molto adatto per le fritture. È consigliato il suo uso per la ricchezza di acidi grassi monoinsaturi. Ha delle capacità benefiche grazie alla presenza di sostanze antiossidanti (fenoli e tocoferoli) e alla proprietà di combattere il colesterolo. Il sapore dell'olio può variare molto a seconda delle varietà di olive da cui è prodotto, luogo di produzione, grado di maturazione, modalità di raccolta del frutto, ecc. Quest’olio è anche usato per la produzione del sapone e in (cosmetica). Un tempo si usava come farmaco e come combustibile per le lampade ad olio. 


In Calabria, sono presenti 3 oli DOP: “Bruzio”, “Lametia”, “Alto Crotonese” con caratteristiche diverse e regolamentate da specifici disciplinari. Le aree maggiormente vocate alla coltivazione dell’olivo sono quelle del cosentino, del lametino e del reggino (in particolare la Piana di Gioia Tauro e la Locride). Nell’areale cosentino, tra le cultivar autoctone più diffuse, la Carolea, la Coratina, la Tondina e l’Ottobratica. La Piana di Gioia Tauro (ca. 33.000 gli ettari olivetati) si caratterizza per la presenza di “giganti” secolari, che superano i 20 metri. Anche qui numerose le varietà costituenti il “bosco degli ulivi”: l’Ottobratica, la Sinopolese, la Roggianella, il Leccino. Nella Locride, invece, dove le piante vengono coltivate con habitus vegetativo basso, si ottiene olio di elevata qualità da cultivar come la Geracese (o Grossa di Gerace) e la Nocellara. Componente fondamentale della dieta mediterranea l’olio è protagonista indiscusso della gastronomia, utilizzato sia con cibi cotti che crudi.

La Dop Brutio, è localizzata nella fascia della Sibaritide, delle colline prepolliniche, della valle del Crati e delle colline joniche presilane. La zona di produzione della menzione geografica " Fascia Prepollinica" comprende il territorio amministrativo dei seguenti comuni: Acquaformosa, Altomonte, Castrovillari, Frascineto, Firmo, Lungro, Roggiano Gravina, San basile, San Marco Argentano, San Lorenzo del Vallo, Saracena, Spezzano Albanese, Tarsia, Terranova da Sibari. La menzione "Valle del Crati" comprende il territorio amministrato dai seguenti comuni: Bisignano, Cervicati, Cerzeto, Lattarico, Mongrassano, Montalto Uffugo, Rende, Rota Greca, San Martino di Finita, Santa Sofia d'Epiro, San Vincenzo La Costa, Torano Castello. La menzione "Colline Joniche presilane" comprende i comuni di: Cariati, Calopezzati, Caloveto, Corigliano Calabro, Cropalati, Crosia, Mandatoriccio, Paludi, Pietrapaola, Rossano, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, Scala Coeli, Terravecchia, Vaccarizzo Albanese. La menzione geografica "Sibaritide", comprende il territorio amministrato dei seguenti comuni: Cassano allo Jonio, Cerchiara di Calabria, Civita, Francavilla Marittima, Plataci, Villapiana. Dal punto di vista organolettico le caratteristice della DOP "Brutio" sono le seguenti:

Vista: giallo dorato intenso con delicate nuance verdoline;

Olfatto: fruttato di leggera o media intensità: Complesso e armonico, dotato di eleganti sentori fruttati di mela bianca e note vegetali di erbe fresche falciate a ricordo di frutta secca;

Gusto: fruttato di leggera o media intensità. Ricco di toni verdi di erbe balsamiche e note di mandorla dolce in chiusura. Amaro e piccante contenuti ed equilibrati.

DOP ALTO CROTONESE: Questa dop comprende tutti o in parte i confini amministrati dai seguenti comuni: Castelsilano (in parte), Cerenzia, Pallagorio, San Nicola dell'Alto, Savelli (in parte), Verzino. Dal punto di vista onganolettico la dop "Alto Crotonese" deve avere le seguenti caratteristiche:

Vista: giallo dorato intenso con decisi riflessi verdi;

Olfatto: fruttato di media intensità. Armonico e fine, caratterizzato da eleganti sentori vegetali di foglia d'olivo, erbe fresche falciate e note di frutta secca in chiusura;

Gusto: fruttato di media intensità. Dotato di toni verdi di erbe di campo, verdure con chiusura di mandorla dolce. Amaro e piccante morbidi ed eleganti.

Dop Lametia
Questa dop, ricadente nella provincia di Catanzaro, comprende tutti o in parte i confini amministrati dai sseguenti comuni: Curinga, Filadelfia e Francavilla Angitola (in parte), Lamezia Terme, Maida, sa Pietro a Maida, Gizzeria, Feroleto Antico e Pianopoli. Dal punto di vista organolettico la caratteristiche sono le seguenti:
 Vista, giallo dorato intenso con sottili note verdi;
 Olfatto: fruttato di media intensità. Fine ed elegante, caratterizzato da eleganti sentori vegetali di erbe fresche falciate e note fruttate di pomodoro di media maturità;
 Gusto: fruttato di media intensità. Ampio ed equilibrato, dotato di armoniche note di pomodoro acerbo e ricchi toni di erbe fresche di campo. Amaro e piccante decisi e ben distribuiti.

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FRITTOLE


I Frìttuli, ovvero le frittole, sono un piatto tipico della gastronomia di Reggio Calabria a base di carne di frattaglie di maiale. E' una pietanza di tradizioni popolare preparata con cotenna e tutte le parti del maiale restanti, come le zampe, le ossa, gli orecchi, il muso, la coda, i rognoni e lo stomaco, poiché nella cucina tradizionale più povera non si butta via niente.
Generalmente venivano preparate in occasione delle feste popolari: si cuocevano per molte ore le frattaglie ricoperte dalle parti grasse del maiale in un paiolo di rame poggiato sul fievole calore di cenere e braci. Le parti venivano mescolate con un lungo e grande cucchiaio di legno avente al centro della parte concava un foro a forma di croce. Dopo una cottura di oltre sette ore, un piatto fumante veniva mandato ai vicini di casa in segno di amicizia e rispetto.
Le frittole ancora oggi vengono preparate secondo la ricetta originaria, si conservano a lungo per circa un anno e vengono servite sia fredde che riscaldate, sciolte nel ragù, nelle frittate, o nelle zuppe.



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RICOTTA CALABRESE

La Ricotta Calabrese è un latticino molto particolare e vario con un
armonia di sapori che va dal piccante al dolce. Il latte può essere misto di pecora e capra
 o solo di pecora o solo di capra.
Vi sono ricotte calabresi salate o affumicate ed è questa
caratteristica della ricotta calabrese che ne consegue un'ottima
produzione e un ottimo consumo. La Ricotta Calabrese ha una pasta
morbida e compatta di colore bianco e se ne producono in forme
cilindriche che vanno dai 200 ai 300 grammi. Per le ricotte affumicate
il colore della crosta è di una marrone più o meno scuro e
dall’aspetto rugoso. Vi sono Ricotte Calabrese più o meno invecchiate,
alcune ricotte calabresi sono invecchiate al punto che possono essere
usate con la grattugia e il suggerimento è di provare questo tipo di
ricotta calabrese stagionata su un buon piatto di pasta.

Vi consiglio  gli Sformatini di ricotta con i funghi porcini. Sono composti da pochissimi ingredienti, come al solito, l'importanza è la genuinità e la freschezza.

Ingredienti
ricotta calabrese di capra, albume, parmigiano grattugiato, cipolle di Tropea, olio
extra vergine d'oliva q.b. , sale e pepe q.b.
burro per gli stampini, porcini, prezzemolo.

Far sgocciolare la ricotta. Far sudare gli scalogni tritati in un filo d'olio,
portandoli a cottura a fuoco basso e aggiungendo, eventualmente, qualche
cucchiaio d'acqua bollente. Lasciar raffreddare. Accendere il forno e
portarlo a 150°C. In un capace recipiente, mescolare con la frusta la
ricotta, l'albume non montato, il parmigiano, la cipolla. Salare con
molta parsimonia (il grana è già saporito), pepare e profumare con una
grattata di noce moscata.Imburrare sei stampini monoporzione e riempirli
con il composto ottenuto. Prendere la teglia da forno, mettervi sul
fondo dello scottex, posizionarvi sopra gli stampini. Introdurre nel
forno e, solo allora, riempire la teglia con acqua calda fino a 1/3 di
altezza degli stampini.Cuocere per 40'. Togliere dal forno e lasciar
intiepidire Nel frattempo, far saltare i porcini puliti ed affettati in poco olio caldo.
Salarli solo a fine cottura.
Capovolgere gli sformatini sul piatto, versarvi sopra una cucchiaiata di funghi sopra il composto.



PRODOTTI TIPICI









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PANICELLI

I PANICELLI sono dei dolci tipici della riviera dei Cedri, hanno un profumo intenso una vera e propria " delizia di Calabria". Piacevano molto a Gabriele
D’Annunzio, che li ha descritti nella Leda senza cigno, e perciò
molti li chiamano Panicilli di D’Annunzio. Sono dei dolci tipici
della riviera, strettamente legati al cedro perché la loro
preparazione richiede tassativamente l’utilizzazione di foglie di
questo agrume. Per fare i panicilli ci vuole
innanzitutto la materia prima, l’uva zibibbo che si produce nel
territorio di Verbicaro, molto ricca di zucchero, scarsamente acida
e possibilmente di varietà apirena. Per trasformare l’uva zibibbo in
passuli sono necessarie una serie d’operazioni consolidate dalla
tradizione locale. La prima operazione che viene
fatta è quella della cosiddetta lessia (lisciviatura): i grappoli,
legati con un sottile spago, sono infilati su di un bastone ed
immersi per poco tempo in una soluzione d’acqua calda e cenere di
legno, così come anticamente si faceva per il bucato,
quest’operazione
formerà sugli acini un velo di cenere che avrà la funzione di
disinfettare il frutto e di renderlo inattaccabile da insetti e
parassiti. Si passano poi questi grappoli, così trattati nello
spannituro (stenditoio), per completare l’essiccazione. In questo
modo gli acini conservano un certo grado d’umidità e gli zuccheri
restano inalterati. La successiva operazione è quella della
deraspatura che, nel contempo avrà anche la funzione di selezione
permettendo di scartare prodotto non perfetto da destinare ad altri
usi.Ultimata la deraspatura, si passa al lavaggio del prodotto ed
alla confezione dei panicilli. Gli acini, nel numero di almeno venti
per ogni confezione, sono avvolti nelle foglie di cedro strettamente
legati con virgulti di ginestra e passati nel forno caldo. Le foglie
devono essere tassativamente di cedro. Sono queste, infatti, che
oltre a proteggere il prodotto gli trasmettono l’inconfondibile
profumo di cedro. Il calore del forno provoca lo scioglimento dello
zucchero contenuto negli acini che fa da legante, rendendo il
prodotto finito compatto, tanto che all’atto del consumo sarà
necessario staccare gli acini uno ad uno. Molti aromatizzano i
panicilli con pezzetti di cedro giallo non candito per conferirgli
il sapore caratteristico di quest’eccezionale agrume.


continua

 

PIZZA con BROCCOLETTI e SALSICCIA NOSTRANA


Pizza Rustica ..con BROCCOLETTI e SALSICCIA NOSTRANA!!

 Ingredienti: 1 rotolo di pasta sfoglia,500 gr di broccoli, 300 gr di salsiccia, 150 gr di caciocavallo, 1 spicchio d'aglio, 1 peperoncino, sale, olio extravergine d'oliva.

Tagliate il broccolo a cimette e metterle a bollire in una pentola con l’acqua per 10 minuti circa. In una padella fate imbiondire uno spicchio d’aglio e il peperoncino con un paio di cucchiai di olio. Scolate le cime di broccolo e fatele insaporire per qualche minuto in padella.Aggiungere la salsiccia sbriciolata e far rosolare.
Quando la salsiccia sarà pronta, sfumare con un pò di vino bianco e salare. Rivestire una teglia con carta forno e quindi con la pasta sfoglia e disporre all’interno il ripieno di broccoli e salsiccia.
Tagliare il caciocavallo a cubetti e disporla sulla superficie della torta salata.
Ripiegate i bordi della torta salata broccoli e salsicce verso l’interno formando un cordoncino e spennellateli con il rosso di un uovo.
Infornate a la torta salata broccoli e salsicce a 180° in forno già caldo e cuocete per 20 minuti circa.

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PECORINO DEL MONTE PORO-PRODOTTO TIPICO

Pecorino del Monte Poro
Formaggio pecorino tipico calabrese
PECURINU DU PORU
l’allevamento ovino sulle pendici di questo monte è antichissimo e antichissima la produzione di formaggi pecorini. Le caratteristiche organolettiche di questo formaggio traggono origine dalle essenze del comprensorio del Monte Poro - Capo Vaticano, dalle razze locali ovi-caprine.
Proprio per la spiccata tipicità, ha suscitato interesse e numerosi apprezzamenti nelle numerose fiere ed esposizioni nazionali e internazionali.
l pecorino di Monte Poro rappresenta oggi uno dei formaggi piu' richiesti dell’intero territorio regionale. Formaggio, che si distinge per il suo sapore, considerato tra i migliori pecorini nel Sud Italia.
Ha una forma cilindrica, la crosta è sottile e gialla la fresca, dura, rugosa, di colore giallo oro tendente al rossiccio la stagionata; il sapore è dolce il fresco, intensamente aromatico e leggermente piccante lo stagionato.
Ottenuto dalla trasformazione di latte ovino (può essere aggiunto del latte caprino) proveniente da pecore alimentati in pascoli naturali (dal sistema pascolo estensivo ancora ampiamente praticato) dell’altopiano del Poro, trova la sua forza oltre che nella genuinità del prodotto, anche nei metodi tradizionali di trasformazione e di stagionatura, dalle tecniche di lavorazione che non contemplano il riscaldamento della cagliata dopo la sua frantumazione, cui segue una più accurata e prolungata pressatura manuale per eliminare i residui di siero. La pasta è morbida e compatta il fresco, compatta e dura lo stagionato. Disponibile in forma cilindrica ma anche in forme particolari di peso variabile da 800 grammi a 3-4 kg, ha un diametro variabile tra 8 e 20 cm; un'altezza variabile tra 6 e 18 cm.
La tecnica di produzione e di salatura è assai simile a quella del pecorino crotonese.
può essere gustato a vari livelli di stagionatura e più è stagionato più è salato e piccante. Utilizzato in molti piatti a base di verdure, può essere consumato a tavola da solo con un buon pane locale, alla griglia il prodotto fresco, sui piatti tradizionali quello stagionato.
Quindi si consuma fresco o stagionato, sia come formaggio da grattugia che da portata (in scaglie o cubetti), anche accompagnato da insaccati, pomodori secchi, conserve sott'olio d'oliva, grazie al suo sapore leggermente piccante. Quello stagionato può essere grattugiato e sostituito al parmigiano.


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SALUMI

I Salumi in Calabria rappresentano un ruolo fondamentale per la Gastronomia Calabrese. Intorno al maiale e alla sua macellazione si è sviluppata nei secoli una tradizione popolare e di usanze, spesso diverse da paesi a paesi ma è il peperoncino piccante l'unico intoccabile sempre alla base dei diversi prodotti ottenuti

Ancora oggi la cultura di allevare un maiale rappresenta come in passato un modo per ottenere provviste alimentari che duravano tutto l'anno. La macellazione di questo animale era inevitalmente una festa in cui il maiale rappresentava il sacrifico.

Ricopre anche molto importanza l'arte della macellazione, il metodo di come scegliere la carne adatta al tipo di salume che si vuole avere, infatti: dall'arte della macellazione derivano i salumi tipici: la Soppressata; le Salsicce dolci e piccanti; le Pancette affumicate; il Capicollo; la Nduja; "Culatello" Prosciutto crudo; "Maccularu" ossia Guanciale, Soppressate, ndujotto ecc.
Pancetta Calabrese
Pancetta Tesa E' un prodotto che si ricava utilizzando la parte della pancia fino al costato del maiale, viene disossato e tagliato a forma rettangolare con tutta la cotenna.

La sua caratteristica è la striatura tra grasso e magro aromatizzata in salagione, che fa risaltare la dolcezza del prodotto rendendolo delicato al palato. Peso medio di Kg 2,500 circa. PANCETTA ARROTOLATA E' un prodotto che si ricava utilizzando la parte della pancia fino al costato del maiale, viene disossato e ripulito dalla cotenna.

Viene posta in salamoia in particolari condizioni che permettono l'utilizzo di un modesto quantitativo di sale. Successivamente viene arrotolata e fatta stagionare. Peso medio di Kg 2,500 circa.

Salsiccia Piccante Calabrese
La salsiccia Calabrese viene prodotta dalla selezione di parti magre del maiale, un pò di grasso e pepe nero macinato, peperoncino rosso dolce o piccante, finocchio selvatico a seconda del tipo di salsiccia si vuole ottenere. La Salsiccia viene consumata affettata a mano, come antipasto, ma anche a pezzetti cotta nel ragù o lessa con le verdure.
Soppressata Calabrese
La soppressata Calabrese è uno dei prodotti più tipici e antichi della tradizione gastronomica della Calabria. Si prepara selezionando le migliori parti magre del maiale, il grasso e gli aromi naturali (sale, pepe nero in grani, pepe rosso in polvere dolce o piccante). E’ un salame da assaporare come semplice antipasto a volte essa può essere dolce o piccante, la dolce è aromatizzata con pepe nero, la piccante con l’aggiunta del peperoncino.



CAPOCOLLO

Ingrediente: Lombo Suino

Insieme alla soppressata e alla salsiccia, il Capocollo di Calabria è il salume tipico per eccellenza dell'intera regione. Dopo aver ottenuto il riconoscimento Dop dall'Unione Europea nel 1998, il capocollo calabrese viene regolarmente prodotto in tutta la regione con l'utilizzo della parte superiore del lombo di suini nati ed allevati rigorosamente in Calabria secondo le antiche tradizioni degli allevatori locali e della consuetudine tramandatasi nel tempo. Il Capocollo di Calabria, utilizzato copiosamente negli antipasti insieme agli altri salumi, rappresenta una vera delizia della gastronomia tipica della regione.
Per antica consuetudine nella produzione del capocollo calabrese svolgono un ruolo importante i tanti piccoli allevamenti regionali che garantiscono la genuinità del maiale e la provenienza locale. I maiali si acquistano alla fine dell'estate da questi piccoli allevamenti e allevati in modo domestico per due natali consecutivi. Nell'economia domestica sono i ragazzi più giovani e le donne che si occupano della nutrizione dei maiali che prevede solo scarti della mensa e non mai concimi di qualunque genere. Al momento dell'ingrasso, che inizia 3-4 mesi prima dell'uccisione, si somministrano ghiande, castagne, noci, frutta secca, orzo, ceci e resti di ortaggi e di frutta fresca per aumentare la massa grassa portando il peso complessivo tra i 160 ed i 200 kg.
Nella lavorazione del Capocollo di Calabria, Il peso iniziale a crudo, deve essere compreso tra i 3,5 e i 4,5 chilogrammi. Dopo l'iniziale disossatura, si procede alla salagione, fatta esclusivamente con del sale, che rimane applicata per un periodo compreso tra i 4 e 8 giorni. Poi la carne viene lavata, asciugata e cosparsa di aceto di vino. Un energico massaggio precede l'aromatizzazione con il pepe in grani, prima di avvolgere il tutto nel diaframma parietale suino. Dopo aver sottoposto il capocollo ad un'energica legatura, il budello viene forato e messo a stagionare per 15 settimane in locali ben areati. Il capocollo calabrese ha gusto delicato, con profumi gradevoli e complessi si presenta con forma cilindrica ed un peso a fine stagionatura varia tra i 2 e 3 kg.

SOPPRESSATA

Ingrediente: Lombo Suino

Tra i salumi tipici calabrresi ad avere ottenuto il marchio Dop, la soppressata è certamente il vanto per eccellenza che esalta tutte le qualità dei calabresi nel trasformare e migliorare anche prodotti alimentari poveri come i derivati suini. La Soppressata di Calabria viene prodotta con le parti migliori e magre del maiale, i lombi, con cui al nord si producono i prosciutti, mescolati con alcuni pezzi di grasso di maiale e l'aggiunta di ingredienti aromatici naturali come il pepe nero in grani e pepe rosso in polvere.
Nella preparazione della soppressata calabrese, la carne viene tagliata in piccoli pezzi manualmente, salata, pepata omescolata con peperoncino o salsa di peperoni cotti a bagno-maria. Si mescola il tutto con le mani lasciando riposare una intera notte prima di insaccarla nel budello naturale, avendo cura di massaggiare bene per evitare ristagni di aria. Le soppressate si legano poi con lo spago, si bucano qua e là con uno spillo per far uscire l'aria residua e si mettono in ceste di vimini con dei pesi sopra per qualche giorno. Stagionano per oltre sei mesi e dopo questo tempo, se non vengono consumati, si mettono sotto grasso per conservarle. In alcune zone della Calabria, sul Massiccio del Reventino, ai lombi del maiale si aggiungono pezzi lunghi di grasso e salsa di peperoni, il prodotto finale risulta quindi molto grasso e oleoso.
La soppressata calabrese, che ha ottenuto dall'UE il marchio Dop, si prepara con carni di suini allevati in Calabria, ha una forma cilindrica leggermente schiacciata, una lunghezza dicirca 15 cm e diametro lungo che varia tra 6 e 8 cm. Al taglio la soppressata appare compatta, più o meno morbida a seconda della stagionatura, di colore rosso naturale o vivace dovuto all'uso del peperoncino, del pepe nero in grani. E' un ottimo salume particolarmente saporito, adatto ad essere degustato negli antipasti locali insieme agli altri salumi e formaggi calabresi con un bicchiere di buon vino rosso di Calabria.

SALSICCIA

Anche la Salsiccia di Calabria, o salsiccia calabrese ha ottenuto il riconoscimento Dop dall'Unione Europea per i metodi artigianali di produzione, che ricalcano le antiche tradizioni degli allevatori calabresi. La Salsiccia di Calabria è un salume un po meno pregiato della soppressata, ma certamente più diffuso anche fuori dai confini regionali. In effetti si produce con la carne proveniente dalla spalla e del filetto ma di seconda scelta, poichè la prima scelta è riservata per la produzione della famosa soppressata calabrese, vera delizia culinaria, nonchè fiore all'occhiello della gastronomia regionale.
La salsiccia di Calabria Dop viene prodotta con le carni di alcune specifiche razze suine provenienti da Puglia, Basilicata e Calabria, ma allevati nella regione ed uccisi a non meno di 9 mesi di età e 140 Kg di peso. I suini da macellare devono avere il marchio di qualità "Suino allevato in Calabria" che prevede precise norme per ciò che riguarda l'alimentazione, la razza e le tecniche di allevamento. I mangimi per l'alimentazione devono essere integrati con orzo, mais, ceci, ghiande e favino per una percentuale complessiva non inferiore al 50% della massa totale. Sono vietate l'alimentazione a brodo, le patate e l'uso di manioca. La tradizione calabrese prepara la salsiccia con le parti magre del maiale, tagliate a mano, tritate e mescolate con il 7-10% di grasso ed ingredienti aromatici naturali come finocchio selvatico, il pepe rosso in polvere, il pepe nero in grani. Il preparato viene insaccato nel budello del suino, bucherellato per fare uscire l'aria residua e poi si stagiona in luoghi freschi e asciutti per almeno 30 giorni.
La salsiccia di Calabria Dop è uno dei salumi più diffusi della regione e non solo, viene in genere servita come antipasto assieme ad altri prodotti tipici della Calabria, come la soppressata, il capocollo, e degustata con un buon vino rosso corposo. Ma la salsiccia calabrese è utilizzata di frequente in cucina, preparata con il sugo e con la pasta diviene un ottimo primo piatto.

PANCETTA

Anche la Pancetta di Calabria ha ottenuto il riconoscimento Dop dalla Unione Europea nel 1998 insieme alla salsiccia e alla soppressata. La Pancetta di Calabria Dop si produce in tutta la regione utilizzando il sottocostato inferiore e la cotenna dei suini nati ed allevati nella regione. E' una pancetta tesa, nel senso che si presenta nella tipica forma rettangolare perchè non viene arrotolata come quella piacentina. Nella zona di Reggio Calabria si produce un tipo di pancetta arrotolata diversa però dalle altre Dop.
Dopo aver preparato la carne proveniente dal sottocostato inferiore del maiale, con la cotenna e del grasso suino, questa viene mescolata con spezie naturali quali il peperoncino rosso in polvere e il pepe nero in grani. La prima operazione da compiere è la salatura, dopo la quale si ha una prima fase di affinamento che dura circa una settimana. La carne viene poi lavata accuratamente e bagnata con aceto di vino. Dopo l'asciugatura, si procede ad una nuova salagione nella parte superficiale, alla quale si abbina anche l'aggiunta di peperoncino dolce finemente tritato. Si fa poi stagionare per circa un mese, in locali aerati con umidità costante. Ogni pezzo rettangolare di Pancetta di Calabria ha un peso originario che varia dai 3 ai 4 Kg. Come per gli altri salumi Dop il ciclo produttivo della Pancetta di Calabria deve svolgersi interamente nella regione e i suini devono essere alimentati secondo una dieta ben definita.
La Pancetta di Calabria Dop entra a far parte di numerose ricette italiane ed è molto utilizzata nella preparazione dei soffritti. Può essere consumata anche cruda, o appena riscaldata insieme al pane salato, cotto nel forno a legna, tipico della tradizione locale; oppure consumata con le fave fresche come ingrediente di alcuni piatti tipici regionali. Viene usata anche nella pasta alla carbonara o alla matriciana, o con legumi e polenta.

GELATINA

La gelatina è un alimento tipico della cucina calabrese che si ottiene dalla lunga bollitura delle frattaglie del maiale, nello specifico viene utilizzata la carne della testa e la cotica. La gelatina dunque non è un insaccato, ma un alimento di proveniente dalla lavorazione di alcune carni di suino che si produce in tutto il territorio regionale. A seconda dalla zona di produzione la gelatina viene anche chiamata gnalatina oppure suzu. Il colore è bianco sporco tendente al grigio, il sapore è grasso e la forma semisolida, appunto gelatinosa.
Nelle tecniche di lavorazione della gelatina, la testa del maiale viene messa per intera in acqua fredda per circa 24 ore. Poi viene pulita e disossata, le cartilagini e le parti molli, vengono messe a bollire insieme alla cotica del maiale, in un calderone di rame dal nome quadara. Durante la bollitura che dura parecchie ore, si aggiunge di tanto in tanto una foglia di alloro. Alla fine il composto ottenuto assume la classica forma semisolida e si aggiunge dell'aceto riponendo l'impasto in contenitori di terracotta. Il periodo di lavorazione della gelatina coincide con l'uccisione del maiale che in Calabria avviene tra i mesi di Dicembre e Febbraio. Alla fine la gelatina viene conservata per circa un anno all'interno dei contenitori di terracotta detti terzalori, prima di essere consumata.
In Calabria la lavorazione del maiale risale ai tempi della Magna Grecia, ma le prime tracce della produzione di gelatina risalgono al 1600 grazie all'opera di Padre Giovanni Fiore da Cropani che documentò le tradizioni culinarie di tutta la regione. La gelatina è un prodotto che si conserva a lungo in luoghi freschi e si mangia a pezzi gelatinosi e semiduri. Esiste documentazione che comprova la tradizionalità del prodottopresso molti testi della cucina calabrese e di storia delle tradizioni popolari della Calabria.

MORZEDDU

Il Morzeddu o Morzello non è un salume, bensì un piatto tipico della cucina catanzarese le cui origini risalgono al periodo della dominazione spagnola della Calabria. La leggenda narra che una donna della città di Catanzaro, dopo aver perso il marito, destava con i suoi figlioletti in condizioni di miseria tanto da avere difficoltà a reperire il cibo per la sua famiglia. La notte di Natale la donna venne chiamata a ripulire il cortile di un palazzo baronale dai resti di una macellazione. La donna pensò bene di raccogliere i resti dell'animale, di pulirli bollendoli in acqua e di servirli con spezie varie come cena di quella Santa sera.
Da allora il Morzeddu, che si ottiene dalla bollitura delle interiora bovine, è divenuto un piatto succulento della cucina catanzarese e non solo. Il Morzeddu si prepara mettendo le interiora di vitello o la trippa già cotta, in una pentola con olio e sale. Si fa cuocere per circa mezz'ora, dopo si aggiungono i peperoni tagliati a strisce sottili e un po di vino rosso, si lascia cuocere ancora a fuoco lento. Alla fine della cottura, dopo un ora circa, si aggiunge la salsa di pomodoro e si continua la cottura per pochi minuti. Alla fine si aggiunge molto peperoncino piccante a fuoco spento e si mescola per bene. Il sugo così ottenuto deve avere un colore vivace, mentre il sapore della carne deve confondersi col gusto del peproncino piccante. Il Morzeddu, o Morzello, si degusta insieme alla Pitta, tipico pane calabrese a forma di ciambella schiacciata e con poca mollica.
Il nome Morzello deriva dallo spagnolo "al muerzo" che significa a morsi, infatti questo piatto tipico della cucina calabrese si consuma dentro la Pitta tagliata a pezzi e aperta a libro, non è necessario l'uso delle posate. Nella provincia di Catanzaro esistono oggi molte trattorie o locali in cui viene regolarmente servito il Morzeddu insieme alla Pitta e ad un buon vino rosso e corposo, necessario per degustare appieno il gusto forte di questo prelibato piatto tipico.

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